mercoledì 11 ottobre 2017

It

La settimana prossima esce in sala la nuova versione cinematografica (la precedente era una miniserie televisiva negli anni '90) del capolavoro di Stephen King, It. Il regista è Andy Muschietti, fattosi notare qualche anno fa con La madre, un horror interessante.

Se volete sapere cosa ne penso, potete leggere la recensione andando qui, sul sito di MYmovies.

Una considerazione a parte merita il successo travolgente che il film ha incontrato negli Stati Uniti e nel mondo. Un incasso stratosferico che lo ha portato immediatamente al primo posto nella hit parade degli incassi horror di tutti i tempi (d'accordo, non aggiustati con l'inflazione, ma tant'è). L’horror è un genere particolare che vive spesso di eccessi, trasgressioni, umori malsani. Non necessariamente, perciò, i film di maggior successo sono i “migliori”, proprio perché per raggiungere il grande pubblico devono in qualche modo rendere apprezzabile il proprio contenuto opinabile a una grande massa (ci sono le notevoli eccezioni - i film tutti di atmosfera - ma sono in genere capolavori di pura, appunto, eccezione) attenuando gli eccessi. Però il successo strepitoso di It se non certifica di per sé la qualità artistica (ma neanche la nega) certifica già la capacità di intercettare un bisogno da parte del pubblico, un bisogno di essere spaventato da qualcosa di possibilmente non troppo spaventoso o disturbante. Non è poco.


Qui sopra Sophia Lillis in un'immagine dal film.

sabato 30 settembre 2017

La Top Ten dei (miei) disegnatori

Stimolato da un post su Facebook dell’esemplare Giuliano Piccininno - che ha postato un belissimo disegno (fatto da lui, va da sé) con la classifica dei suoi sceneggiatori (tra cui in ottima posizione lui stesso, dato che è spesso autore completo) - mi ha punto vaghezza di fare altrettanto, ma, per ovvi motivi, senza (mio) disegno e con una mera elencazione di freddi numeri. Perciò, dato che apparentemente avevo tempo da perdere (cioè, non ce l’avevo, ma l’ho perso lo stesso), ecco la classifica come risulta dal mio database.

1 Rodolfo Torti           1802
2 Giorgio Cavazzano    629
3 Gianni Salvagnini      573
4 Lino Gorlero              425
5 Luciano Gatto            389
6 Stefano Intini             364
7 Alessadro Gottardo    354
8 Silvio Camboni          265
9 Studio Bargadà          261
10 Valerio Held            226

Naturalmente si tratta di una mera classifica quantitativa, ma comunque è indicativa. I disneyani la fanno da padroni, ma in diversi casi non soltanto con materiale disneyano. L’inarrivabile primo posto è però del grande Rodolfo Torti con il quale ho diviso l’onore di proseguire per tanti anni Rosco e Sonny sul Giornalino (ma in quel numero astrononomico ci sono anche altri, seppur pochi, fumetti). Lo stesso vale per Giorgio Cavazzano, che mi introdusse a Topolino e col quale ho fatto anche altri fumetti, non disneyani. Mio fratello è stato insostituibile sodale di mille avventure dagli inizi ai giorni nostri. Il bravo Lino Gorlero è stato l’imprescindibile partner nella mirabolante avventura dei Mercoledì di Pippo che, come ho detto più volte, non sarebbero esistiti senza il suo intervento. I posti successivi sono di ottimi disneyani: con alcuni di loro ho fatto con piacere anche altri fumetti e spero di farne ancora.

Ma poiché questa è una classifica quantitativa, restano fuori molti autori (ne ho contati 129 in tutto). Restano fuori di sicuro gli autori non identificati e quelli che hanno disegnato storie mie che non sono riuscito a vedere pubblicate (ma che so esserlo state). Ma restano fuori soprattutto i molti che hanno disegnato poche (o tante, ma non abbastanza da entrare in classifica) mie storie. Tutti, naturalmente, per me sono importanti. Alcuni, però, lo sono di più, per varie ragioni. Per esempio essere nell’elenco degli sceneggiatori di autentiche leggende del fumetto italiano come Antonio Canale, Nevio Zeccara, Renato Polese o Ivo Pavone è per me un grande piacere. Come lo è aver diviso sia pure poche pagine con l’indimenticato Aldo Capitanio. E un piacere è anche collaborare adesso con Luca Salvagno e gli altri ragazzi (e ragazze) della Banda, la mia ultima (nel senso di attuale, stiamo calmi) serie a fumetti, così come lo è stato con Davide Perconti, appena poco prima di quest’ultima serie. Ma è stato anche molto bello poter scrivere le storie per alcuni fumetti disegnati da Pinù Intini (il papà di Stefano, che invece è ben presente nella Top Ten): Pinù è stato il primo a credere che potessi essere uno sceneggiatore pubblicando i miei primi lavori e quindi poter collaborare con lui qualche anno fa (per dei fumetti che, a mio parere, sono molto riusciti) è stato di particolare soddisfazione.




Giuliano Piccininno, l’ispiratore di questa Top Ten, non ce l’ha fatta (colpa sua, però, io gli avrei scritto vagoni di sceneggiature, potendo) a entrarvi, ma è ben rappresentato e potrebbe forse essere nella Top 20 (che però non stilerò). Ah, dimenticavo: nel fare la classifica ho tenuto conto solo in parte di vignette e strisce (troppo difficile calcolarle), ma in ogni caso il totale delle pagine è di 11.361. Non sono poche, forse, ma di certo avrei voluto fare di più.

Qui sopra, ça va sans dire, un paio di immagini da Rosco e Sonny, disegnate da Rodolfo Torti.

martedì 26 settembre 2017

Jukai - La foresta dei sucidi

Ve lo ricordate La foresta dei suicidi di Steven R. Monroe? No? Be', siete scusati. Non è che abbia lasciato un grande segno di sé. In ogni modo adesso ce n'è un altro: si chiama Jukai - La foresta dei suicidi ed è in uscita nelle sale cinematografiche. L'argomento è sempre l'ormai famosa foresta giapponese in cui, pare, la gente ama andare a suicidarsi. Ce n'è davvero di tutti i tipi, di persone. Comunque, chi è interessato a sapere cosa ne penso - del film, non delle persone che si suicidano nella foresta - può leggere la mia recensione qui. Per inciso, sconsiglio a chiunque il suicidio e, sull'argomento, mi viene in mente quella canzone di Battiato (e Sgalambro, credo), che mi pare si chiamasse Breve invito a rinviare il suicidio.

Qui sopra la protagonista Natalie Dormer che chi segue le serie televisive credo apprezzi parecchio. Io, per quanto mi riguarda, non le seguo. Neanche una. Che ci volete fare, sono all'antica o forse sono ormai antico.

lunedì 25 settembre 2017

Shining

In occasione dei 40 anni del romanzo, torna in sala Shining di Stanley Kubrick e per l'occasione ne ho scritto una recensione su MYmovies, che se volete potete leggere qui.

Sempre per l'occasione ho riguardato il film dopo 37 anni: l'avevo infati visto solo al momento della sua uscita in sala senza più rivederlo. In quell'occasione, però, cosa che mi è capitato di fare assai di rado, l'avevo visto due volte di seguito e devo dire che me lo ricordavo piuttosto bene. Stavolta però l'ho visto in originale: ho perso il bel doppiaggio di Giannini, ma ho guadagnato la voce di Nicholson.

giovedì 21 settembre 2017

Il cielo sopra Piombino

Non sono mai stato a Piombino: consapevole della sua esistenza, il suo nome mi richiamava alla memoria giusto Lido Vieri.
Per Gordiano Lupi, invece, Piombino è qualcosa di molto di più, di molto presente. Scrittore, critico cinematografico, editore, con un curriculum così denso, meritevole e corposo da far pensare che il suo sia il nom de plume di una moltitudine (non è così), Lupi è l’autore del testo che accompagna il film documentario Il cielo sopra Piombino, diretto da Stefano Simone, un regista di cui ho più volte scritto in questo blog.

Non è documentario turistico. Non mostra in modo elegiaco e invitante le bellezze di Piombino. Se ci sono e si vedono, mostrarle non è comunque lo scopo principale del film. Piuttosto, sembra un atto d’amore verso la città che è stata e che forse non è più, tra le immagini sempre irrequiete e mobili e le parole che richiamano i tempi passati, guidate dalla memoria di quello che fu. Memoria nella quale si scava, ma senza cercare aiuti esterni. “Non sarebbe giusto tradire la memoria naturale con quella artificiale” dice infatti il narratore, Federico Guerri, con le parole della sceneggiatura di Lupi.

La dicotomia tra la voce narrante che racconta il passato personale legato alla città e le immagini che percorrono incessantemente strade e luoghi della città com’è oggi assieme a una donna, Dargys Ciberio, moglie di Lupi, che cammina guidandoci alla scoperta del posto, è interessante come se parole e immagini andassero ciascuna per proprio conto, rappresentando invece due facce della stessa realtà, solo separata dal tempo. L’uso di immagini di repertorio potrebbe ridurre questa distanza, ma in realtà la distanza rimane anche in questo caso perché il parlato si mantiene volutamente distante dalla parafrasi di ciò che si vede e che sarebbe superfluo descrivere.

È perciò in fondo un film sul cambiamento, su come i luoghi della memoria siano inevitabilmente più belli di quelli della realtà attuale. Inevitabilmente, perché il ricordo è imbattibile per quanto è struggente, ma il sospetto è che in questo caso, come in molti casi, la cosa sia inevitabile anche perché i cambiamenti sono quasi sempre per il peggio, almeno per chi è nato in un certo periodo e deve vederne un altro. In questo senso, è un film su Piombino, ma potrebbe adattarsi anche ad altri posti, in un’universalità che ha a che fare con il mutamento della società italiana, soprattutto quella provinciale. Una bella parte dei ricordi è dedicata proprio al cinema, uno degli elementi più significativi del cambiamento, e al fascino perduto dei cinemini di quartiere e dei film di genere che ne costituivano il grosso della programmazione.

Il cielo sopra Piombino risulta quindi particolare e interessante negli intenti e nella realizzazione, forse soltanto un po’ troppo lungo per la sua tipologia.

Le musiche, appropriate, sono di Federico Botti. Stefano Simone dirige con mano sicura, soffermandosi talvolta su immagini suggestive, ma evitando sempre l’effetto cartolina e cercando soprattutto di dare dinamismo alla visione.

Il dvd del film - un “documentario letterario”, come viene definito -  è edito da Il Foglio, la casa editrice di Lupi (casa editrice che - sia detto per inciso - per gli appassionati di cinema riveste particolare interesse per la collana di cinema diretta da Fabio Zanello).


mercoledì 20 settembre 2017

Segnocinema 207

Nel numero 207 di Segnocinema (settembre-ottobre 2017) attualmente in distribuzione c'è il consueto, ma non per questo meno imperdibile o meno importante, speciale "Tutti i film dell'anno" che contiene la recensione di tutti i film usciti, corredate da una foto per ciascun film. E i film sono sempre di più, anno dopo anno. Quest'anno l'incredibile numero è arrivato a 504, una cifra inimmaginabile appena qualche anno fa. Inoltre, ci sono dati, classifiche e riflessioni varie: insomma, un qualcosa che non può mancare nella biblioteca di un appassionato di cinema.

Io ho contribuito con sette (micro) recensioni relative a questi film: Bedevil, Incarnate, La mummia, La notte del giudizio - Election Day, The Ring 3, Underworld - Blood Wars, Un mostro dalle mille teste.

Buona lettura (a chi se lo compera).

domenica 17 settembre 2017

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1016!

Nel n. 1016 del Messaggero dei Ragazzi - il numero di settembre, attualmente in distribuzione - c'è un nuovo episodio delle avvenure della Banda. Il titolo è Un momento di difficoltà e, come accade talvolta in qualunque serie, i ragazzi protagonisti lasciano il proscenio a un personaggio che solitamente li supporta. L'effetto è quello di approfondire di più la conoscenza con la personalità e le problematiche di chi non è sempre in primo piano, cambiando il punto di vista e allargando l'esplorazione psicologica. Insomma, a parte le spiegazioni logico-motivazionali-narrative, è una storia un po' diversa dalle altre.

Ai disegni torna, in modo spettacolare, il creatore grafico della serie, cioè Luca Salvagno, con il quale è sempre un piacere collaborare anche per il modo tutto suo con cui riesce a valorizzare ogni storia cui mette mano. La sceneggiatura, come sempre (per fortuna), è mia.

Qui sopra alcune vignette della storia sperando che possano invogliare a leggerla.

venerdì 15 settembre 2017

Leatherface

Ieri è uscito in sala Leatherface, film diretto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, che più di qualcuno ricorderà almeno per à l'interiéur, sanguinoso horror con Beatrice Dalle. Dopo i seguiti del film originario (Non aprite quella porta) e il prequel del remake, questo film riporta in auge una vecchia serie benemerita. Lo fa con merito? Se volete sapere cosa ne penso, basta che clicchiate qui per leggere la mia recensione su MYmovies.

Tobe Hooper ha fatto in tempo a essere tra i produttori esecutivi.

Qui sopra un'immagine dal film con la protagonista Vanessa Grasse in primo piano.

sabato 2 settembre 2017

Eraserhead

Lunedì torna eccezionalmente al cinema Eraserhead - La mente che cancella, il film che segnò il fulminante esordio nel lungometraggio di quello che sarebbe poi diventato uno dei registi più importanti degli ultimi quarant'anni (e sicuramente anche dei prossimi e oltre), David Lynch.

Per l'occasione, ho scritto una recensione che è più che altro una celebrazione. Chi vuole leggerla la trova qui, su MYmovies.

Qui sopra il compianto Jack Nance, indimenticabile protagonista del film.

The Devil's Candy

Giovedì prossimo esce al cinema The Devil's Candy, il nuovo horror firmato da Sean Byrne, già autore del convincente The Loved Ones. Stavolta è tutto un altro genere di film, che riprende la connessione tra rock metallico e satanismo. Se volete leggere che cosa ne penso non dovete fare altro che cliccare qui e andare sul sito di MYmovies dove si trova la mia recensione.

Qui sopra un'immagine dal film, con Kiara Glasco ed Ethan Embry in evidenza.

martedì 29 agosto 2017

Open Water 3

Domani esce nelle sale il nuovo episodio della serie di Open Water. Si intitola Open Water 3 e come si può ben immaginare è stato preceduto da due episodi: Open Water e Alla deriva (che in originale era appunto Open Water 2). I film di questa serie non hanno personaggi in comune e si limitano a utilizzare le stesse caratteristiche basilari: squali e personaggi in acqua indifesi.

Il primo film secondo me era bello e particolare, il secondo era invece molto meno riuscito (potete leggere le mie recensioni sul Dizionario dei film horror): quello che penso di questo terzo episodio - australiano, diretto da Gerald Rascionato - lo potete leggere qui, nella recensione che ho scritto per MYmovies.

lunedì 28 agosto 2017

Tobe Hooper (1943-2017)

Quando in un caldo giorno dell’estate 1974 sono andato al cinema Ducale per vedere un nuovo film, Non aprite quella porta, non mi aspettavo l’impatto che avrebbe avuto su di me e la forte impressione che mi avrebbe suscitato. Uno di quei film che, soprattutto se vai a vederlo da solo (come era capitato a me), ti fanno continuare a guardarti le spalle quando percorri la strada verso casa. Un paio d’anni dopo, la mia ragazza di quel periodo, sapendo della mia passione per gli horror e avendone visti diversi con me (roba classica per l’epoca, gli Hammer, i Poe della AIP, che avevo programmato in una rassegna in un cinema locale), mi disse che gli horror non facevano per niente paura, al massimo facevano ridere. Le dissi che c’erano anche degli horror che, in effetti, facevano paura e lei mi sfidò a mostrargliene uno. Caso volle che al cinema Arcobaleno facessero Non aprite quella porta (a quei tempi i film duravano parecchio e riemergevano quando meno te l’aspettavi). Perciò, avvertendola che era un film tosto, la portai a vederlo. Dopo penso più o meno un quarto d’oro, molto seccata e penso anche piuttosto turbata, mi ingiunse di uscire dicendo che film del genere erano per persone malate. Aveva visto un horror di quelli che lasciano il segno.

Tobe Hooper è morto un paio di giorni fa dopo una lunga carriera a lottare contro l’etichetta di one hit wonder. E che Non aprite quella porta sia stato un hit non c’è dubbio. Non solo per il grande successo, ma anche per la forte influenza che ha esercitato nel cinema horror successivo. Assieme a La notte dei morti viventi e a L’ultima casa a sinistra completa un'ideale triade di film fondamentali di quegli anni che hanno, chi più chi meno, posto le basi per gran parte del genere horror futuro. La compattezza, il profondo senso della suspense, la capacità di creare stilemi nuovi, il perfetto senso del ritmo, la sottigliezza dell’analisi sociopolitica: tutto questo e altro ancora congiurò a creare un film perfetto anche nelle sue imperfezioni.

Proprio per questo, per me fu un disappunto vedere qualche tempo dopo il suo secondo film, Quel motel vicino alla palude, così diverso e slabbrato, pieno di humor malato, ma senza la lucida ferocia del film precedente. Probabilmente ero rimasto vittima di aspettative mal riposte e Hooper aveva semplicemente fatto una cosa diversa. Col tempo avrei rivalutato (non del tutto, però) quel film, ma allora mi diede l’impressione che Hooper forse non fosse quel grande autore che mi era sembrato.

La sua filmografia successiva è stato un continuo rincorrere barlumi di quella grandezza, cercando di vederli dovunque e sempre auspicando che arrivasse il grande film che ce la restituiva intatta. Per vari motivi, Le notti di Salem e Il tunnel dell’orrore sembravano mancanti di qualcosa, anche se rimanevano film più che validi e si vedeva sempre la mano un regista capace e ricco di inventiva. Poi c’è stato Poltergeist - Demoniache presenze che, se ha restituito a Hooper il grande successo di pubblico, l’ha anche messo in una situazione poco piacevole con un produttore molto presente come Steven Spielberg, lasciando in molti il dubbio che il vero autore fosse il produttore e non il regista (come capitava ai tempi di Val Lewton). Un successo quindi sotto forma di polpetta avvelenata. Dobbiamo comunque attenerci ai credits originali e dare a Hooper quello che è di Hooper: lui è stato il regista ufficiale di Poltergeist, anche se probabilmente la sua visione è stata almeno in parte compromessa dalle ingerenze di Spielberg (che del resto, se avesse potuto, avrebbe volentieri diretto lui stesso il film).

Sull’onda di quel successo, lo sciagurato incontro con la Cannon di Golan-Globus. Sciagurato perché, per qualche motivo, i film della Cannon andavano tutti male al botteghino, anche quando sembrava che andassero bene. Però in Space Vampires abbiamo forse il miglior film di Hooper dopo Non aprite quella porta: un fantahorror apocalittico che rimanda a certe atmosfere lovecraftiane dell’hammeriano L’astronave degli esseri perduti, con una Mathilda May assolutamente stratosferica. E anche il seguito di Non aprire quella porta con un demenziale (in senso positivo) Dennis Hopper è un film tutt’altro che brutto: solo, probabilmente, non era il film che il pubblico si aspettava perché era molto diverso dall’originale, per atmosfera e per passo. Ma fare cose diverse da quelle che tutti si aspettano dovrebbe essere un pregio, non un difetto. Su Invaders, invece, stenderei il classico velo pietoso, ma dovrei dargli un’altra chance (in effetti gliel’ho data: pur avendo detestato il film, ho comperato il dvd nell’agosto 2008, ma devo ancora rivederlo).

Da lì in poi, la carriera di Hooper prende uno scivolo verso il basso che ha pochi sussulti. Non mancano momenti felici in alcuni film nel complesso infelici, non mancano nemmeno film gradevoli (ma non all’altezza della sua fama) e non mancano, naturalmente, film che qualcuno ha ritenuto grandi. Io trovo poco da salvare, per esempio, in Vestito che uccide (salvo una sempre bellissima Madchen Amick), ne I figli del fuoco o in The Mangler - La macchina infernale, tanto per citarne qualcuno. O ne Le notti proibite del Marchese De Sade, trionfo del vorrei (essere malsano) ma non posso. Qualcosa di meglio si è visto ne La casa dei massacri, buon remake di un cult dello sleaze o ne Il custode, ma siamo chiaramente in un piccolo cabotaggio alimentare, ben lontano dai fasti di quello che avrebbe potuto essere. Anche i suoi Masters of Horror sono prodotti medi, ben fatti, ma senza un’ispirazione particolare, come se a un certo punto, deposti i sogni di gloria, Hooper avesse cercato di essere (solo) un buon professionista. Niente di male, peraltro.

Come che sia - e senza la pretesa di riassumere una comunque lunga e variegata carriera in poche parole (in ogni caso non ho ancora visto Djinn, il suo ultimo film, e cercherò senz’altro di rimediare: recensioni più approfondite dei film di Hooper le trovate nel mio Dizionario dei film horror) - Hooper per quello che ha fatto ha tutto il diritto di restare negli annali dell’horror come un maestro, un innovatore, un vero autore come pochi altri. Che tutt’oggi continuino a prodursi film della saga che lui ha inventato assieme al suo amico Kim Henkel è un tributo alla grandezza della sua opera. La mia sola speranza è che ne detenesse ancora in qualche misura i diritti.



A chi vuole approfondire la conoscenza con l'opera di Hooper ricordo il libro che gli ha dedicato Fabio Zanello, Il cinema di Tobe Hooper (Falsopiano): è un po' datato (2001), ma l'Hooper migliore c'è già quasi tutto.

giovedì 24 agosto 2017

Amityville: Il risveglio

Ieri è uscito in sala il nuovo film della saga di Amityville. Si intitola Amityville: Il risveglio e il grande sospetto era che, visto l'andazzo di seguiti e remake, il titolo alludesse a ciò che sarebbe successo agli spettatori alla fine della proiezione. Fortunatamente, il film non è (così) soporifero. Lo dirige Franck Khalfoun che già si è fatto in qualche modo notare in campo orrorifico, tra l'altro con il remake di Maniac, il vecchio cult di William Lustig.

Chi vuole comunque leggere cosa ne penso nel dettaglio può andare qui a leggersi la recensione che ho scritto per MYmovies.

Qui sopra Bella Thorne, protagonista del film assieme alla gloriosa Jennifer Jason Leigh.

sabato 19 agosto 2017

I maggiori incassi horror della stagione cinematografica 2016/2017

L’avevo già fatto per diversi anni qualche tempo fa e poi avevo smesso di farlo, ma stavolta, chissà perché, mi è venuto di rifarlo e perciò lo rifaccio: per chi non l’avesse capito, parlo della classifica degli incassi dei film horror nella stagione cinematografica da poco conclusa. Perché farlo? Ne ho già parlato nei post degli anni scorsi e non mi dilungo: in sostanza, non è male dare un’occhiata ogni tanto all’andamento commerciale dei film, si capiscono molte cose. D’accordo, di solito non sono cose molto confortanti, ma sono comunque interessanti.

Come le altre volte ho preso i dati dalla classifica dei Top 100 come potete trovarla nel sito di MyMovies (se vi interessa - e come può non interessarvi? - la trovate qui), estrapolando gli horror e tirandone fuori questa classifica: la posizione tra parentesi è quella che il film occupa nella classifica generale dei Top 100 tanto per dare un’idea dell’impatto degli horror nella classifica complessiva. Il periodo di riferimento è quello della classica stagione cinematografica che va dall’agosto a luglio e la classifica è questa:

1 (36)    La mummia                                   € 4.549.859
2 (50)    Kong -  Skull Island                      € 3.198.974
3 (62)    Alien - Covenant                           € 2.557.447
4 (65)    Ouija - L’origine del male             € 2.355.511
5 (75)    Paradise Beach - Dentro l’incubo € 2.064.619
6 (87)    The Ring 3                                     € 1.661.802
7 (92)    Lights Out - Terrore nel buio        € 1.608.855
8 (96)    Life - Non oltrepassare il limite    € 1.527.315

Questi sono i film che ho giudicato appartenenti al genere, secondo il mio personale apprezzamento. Per farla breve, sono i film dei Top 100 che entrerebbero (entreranno) nella nuova edizione del Dizionario dei film horror, quando la farò (e la farò).

Otto su 100 non sono tanti, ma non sono neanche pochi: garantiscono la presenza del genere e lo mantengono una presenza costante e significativa nelle sale, al di fuori quindi del circuito dell’home video, della televisione e di tutti gli altri ormai innumerevoli metodi di fruizione casalinga del cinema. Non ci sono stati incassi eclatanti e anche i due possibili blockbuster (Kong e La mummia) che avrebbero potuto spaccare non l’hanno fatto. I motivi sono vari, ma non ultimo forse una certa stanchezza per i rispettivi format. Lo stesso può valere per l’ennesimo capitolo di Alien, una saga che, commercialmente, non è più in auge da tempo. Il primo horror puro della lista è un seguito (riuscito meglio) di un horror modesto. A seguire uno squalo-movie particolare e di buona efficacia. Quindi un altro seguito, stavolta inferiore al capostipite. Poi un buon horror di un regista che sembra promettere bene e qualcosa ha già mantenuto (si veda Annabelle 2: Creation) e un fantahorror accolto piuttosto bene. Una certa varietà, quindi. Magari non ci sono gli horror più riusciti (It Follows su tutti), ma questo è normale.

venerdì 4 agosto 2017

Annabelle 2: Creation

Ieri è uscito Annabelle 2: Creation, il prequel di Annabelle, spin-off di L'evocazione - The Conjuring: un po' incasinata, come genesi? Forse, ma il film, invece, si può seguire con facilità e non delude. Alla regia David F. Sandberg, quello di Lights Out - Terrore nel buio. Tra gli interpreti il grande Anthony LaPaglia e la brava Talitha Bateman, nel ruolo della bambina che entra in contatto con la bambola malefica. Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo cliccare qui.

giovedì 3 agosto 2017

Sam Shepard e Bob Dylan

Qualche giorno fa è morto Sam Shepard, 73 anni. Commediografo di vaglia, attore di successo, scrittore e anche, un paio di volte, regista (di Far North, per esempio). La sua importanza nell’ambito della cultura americana è stata esaurientemente ricordata nei vari coccodrilli e articoli rievocativi visti sul web e sui quotidiani. Si è rimarcato in particolare come fosse un intellettuale dotato di una presenza carismatica che ne ha favorito il successo come attore anche in film del mainstream hollywoodiano. Aveva il physique du role e sapeva recitare, cosa piuttosto rara in chi, come lavoro principale, scrive. In particolare, è stata ricordata con favore la sua notevole interpretazione in Uomini veri, che gli valse una nomination all’Oscar per miglior attore non protagonista. Naturalmente, non si è mancato di ricordare anche la sua lunga liaison con Jessica Lange. Insomma, una figura a tutto tondo di grande americano, profondo e, quando serve, di spettacolo.

Una cosa che però non ho visto ricordata in nessuno dei pezzi rievocativi che ho visto su di lui è il suo rapporto con Bob Dylan. Generalmente, si è dato come esordio cinematografico attoriale I giorni del cielo (1978), capolavoro di Terrence Malick. Una licenza poetica, si potrebbe dire, vista l'importanza del film, perché ben prima (1970) Shepard aveva partecipato a un bizzarro e dimenticato film, Brand X di Win Chamberlain, sorta di mockumentary. Ma soprattutto aveva partecipato a Renaldo e Clara (1978) di Bob Dylan, nel ruolo di Rodeo (non dimentichiamo che, nella realtà, Shepard ha bazzicato parecchio l’ambiente dei rodeo). Uscito nel gennaio del 1978, Renaldo e Clara, se non contiamo la stranezza di Brand X, può essere considerato il vero esordio attoriale di Shepard (d’accordo, quanto a stranezza, Renaldo e Clara se la vede con chiunque).

Ma non solo. Per partecipare a Renaldo e Clara, in realtà, Shepard ha partecipato anche alla Rolling Thinder Revue, lo scombinato ed entusiasmante tour collettivo nel quale il film, a margine, è stato girato. E sulla sua partecipazione Shepard ha addirittura scritto un libro, una sorta di diario intitolato The Rolling Thunder Logbook, affascinante e vivace: una lettura più che consigliata.

Ma non solo. Qualche anno più tardi Shepard ha scritto con Bob Dylan una canzone, New Danville Girl, che poi è diventata, probabilmente trasformata dal solo Dylan, Brownsville Girl. Outtake di Empire Burlesque (1985), New Danville Girl è stata poi pubblicata, trasformata in Brownsville Girl, in Knocked Out Loaded (1986). Grande canzone e grande interpretazione: un brano epocale che racconta una storia partendo dai dettagli ed evitando di fornire un quadro completo, ma intersecando varie vicende, con un sacco di riferimenti cinematografici e un’attenzione particolare per Gregory Peck (che infatti, compiaciuto, la citò quando introdusse Dylan a un importante premio presidenziale), ricca di versi fulminanti (“The only thing I knew for sure about Henry Porter/was that his name wasn’t Henry Porter).

Da non dimenticare inoltre il curioso atto unico/intervista che Shepard scrisse su/con Dylan in quegli anni e venne pubblicato, se non ricordo male, su Esquire (dovrei controllare, ma calura e pigrizia incombono).

Grande ammiratore di Dylan, Shepard ha avuto la fortuna di incorciarne la strada più volte e la bravura di saper cogliere l’occasione per creare qualcosa di significativo. E così, se volete ricordare il grande Sam Shepard, potreste anche valutare l’opzione di ascoltarvi Brownsville Girl: non credo ne rimarrete delusi.

Qui sopra la cover dell’edizione americana di The Rolling Thunder Logbook (quella che ho): dovrebbe comunque essere uscita anche una versione italiana.

lunedì 31 luglio 2017

Jigsaw

Dopo una pausa di alcuni anni, tra qualche mese riparte una delle saghe più famose dell'horror, quella che vede al centro la figura di Jigsaw, alias John Kramer, interpretato da Tobin Bell. Il film d'esordio. Saw - L'enigmista, fece sensazione e lanciò la carriera di James Wan (e dello sceneggiatore Leigh Whannell). In sette film, la serie sembrava essersi conclusa, ma mai dire mai, come si sa. La nuova partenza si intitola Jigsaw ed è affidata alla regia dei fratelli Spierig, autori tra l'altro di Daybreakers - L'ultimo vampiro.

Per l'occasione ho scritto per MYmovies una sorta di overview sulla serie e sulle prospettive: se volete leggerla cliccate qui.

venerdì 28 luglio 2017

Angoscia





Tra qualche giorno esce nelle sale il film d'esordio come regista di Sonny Mallhi, già produttore di diversi horror significativi (con un occhio, agli inizi, al cinema asiatico: ha prodotto il remake del melodramma fantasy coreano Il mare e dell'horror tailandese Shutter). Il film si intitola, come già un classico melodramma dell'inquietudine con Charles Boyer e un inquietante film di Bigas Luna, Angoscia.


Se vi interessa leggere la mia recensione, scritta per MYmovies, basta che clicchiate qui e sarete immediatamente sul posto e potrete magari restarci un po' per altre cose interessanti.

Notevole la prova di Ryan Simpkins, questo posso già anticiparlo.

lunedì 17 luglio 2017

George A. Romero (1940-2017)

La scomparsa di George A. Romero è la fine di un'epoca, forse la fine di un certo modo di fare cinema horror. Ho scritto un tributo alla sua memoria per MYmovies: chi vuole leggerlo può cliccare qui.

Nel corso degli anni ho scritto molto su Romero. A partire dagli articoli preparati per Robot e Aliens e poi non pubblicati per la chiusura di quelle riviste. Poi ci fu un lungo articolo pensato per Nosferatu anch'esso non pubblicato per motivi analoghi. Ma proprio su Nosferatu scrissi un articolo in tre puntate sull'influenza generata da Romero sul cinema horror, un'influenza fortissima che lo ha cambiato per sempre. Successivamente ho scritto un lungo articolo sulla carriera di Romero per Amarcord, nel quale, credo per la prima volta in Italia, parlavo di There's Always Vanilla, avendolo visto: un film che si era sempre dato per perduto. Poi è stata la volta del Dizionario dei film horror che mi ha consentito di riprendere in mano il discorso sul versante horror dell'opera di Romero. Un versante importante e preponderante, ma non esclusivo perché Romero ha fatto anche altro e, se non fosse stato un poliedrico spinto alla monocoltura, molto altro avrebbe fatto. Quindi è stata la volta di un altro lungo articolo per Segnocinema in cui prendevo in esame gli "altri" film di Romero, appunto, quelli senza zombie, che sono comunque parecchi e parecchio significativi. Anche senza morti viventi Romero sarebbe stato una figura significativa nel mondo del cinema. Con i morti viventi è stato una figura unica.

Quanto sopra per rimarcare l'importanza che l'opera di Romero ha avuto nella mia vita. Ricordo ancora quando con mio fratello Gianni siamo andati a vedere La notte dei morti viventi al cinema Roma: era il 1971 e non avrei avuto l'età per superare il limite dei 18 anni, ma mi fecero entrare lo stesso. Da quel momento quel film è diventato il mio cult per eccellenza e l'ho guardato più volte, ma con moderazione, ogni certo numero di anni, per evitare di stufarmene. E ogni volta con il timore di trovarlo impoverito e banalizzato dall'iterazione zombesca nel frattempo intervenuta. Non è ancora successo: ogni volta che l'ho rivisto mi è sembrato come mi era sembrato la prima volta. Perfetto.

sabato 15 luglio 2017

Wish Upon

Nei cinema è arrivato un nuovo film horror, Wish Upon di John R. Leonetti, che torna a occuparsi di una dlele tematiche ricorrenti del genere: quella della realizzazione dei desideri e delle imprevedibili conseguenze che questo spontaneo atto di egoismo può comportare.

Dal famoso racconto La zampa di scimmia di W.W. Jacobs in poi (ma, a ben pensarci, anche prima), letteratura e cinema hanno tratto sviluppi interessanti da questo spunto. John R. Leonetti, autore di Annabelle, prende di petto la materia e la tratta con rispetto. Chi vuole leggere la mia recensione su MYmovies deve solo fare clic qui.

Qui sopra un'immagine della protagonista, Joey King, nel film.

giovedì 29 giugno 2017

Bedevil - Non installarla

Ieri è uscito un nuovo film horror, Bedevil - Non installarla. Il film, scritto e diretto dai fratelli Vang, mette in scena i problemi di un gruppo di cinque giovani amici alle prese con una diabolica app che, sfruttando le loro paure recondite, ha pessime intenzioni nei loro confronti. La malevola app proviene dal telefonino di una loro amica, recentemente defunta proprio in seguito - ma loro lo scopriranno dopo - alle azioni del micidiale software. Che fare? Uno dei giovani è esperto di informatica (quello non manca mai, tranne nella realtà, quando ti serve), ma basterà la sua conoscenza per impedire guai seri? Scommetto che sapete la risposta.

Chi vuole leggere la recensione che ho scritto su questo film non deve fare altro che cliccare qui e andare su MYmovies.

sabato 17 giugno 2017

Help! Il cinema di Richard Lester

C’è stato un periodo in cui sembrava davvero impossibile che Richard Lester potesse sbagliare un film. È stato un periodo breve, ma intenso, nel pieno di una decade decisamente intensa, gli anni ‘60. Lester non sbagliava un colpo, proponendosi come una figura imprescindibile nel cinema di quegli anni. Il suo sguardo era intelligente, curioso, intellettualmente stimolante. Il suo stile vivace, anticonvenzionale, innovativo, pur se inserito sulla scia di una tradizione (quella della commedia inglese, che lui, americano, aveva assimilato alla perfezione) solida e importante. I film di quegli anni sono tutti brillanti, quasi tutti anche dei successi commerciali. I film dei Beatles, Non tutti ce l’hanno, Come ho vinto la guerra, Dolci vizi al foro, Petulia: tutti film significativi e imperdibili. Per non parlare di Mani sulla luna che rielabora e prosegue l’esilarante situazione iniziata con Il ruggito del topo, diretto da un altro americano in momentaneo esilio (dal suo apese e dai suoi temi preferiti) come Jack Arnold. Lo stile (in)imitabile di Lester ne aveva fatto il divulgatore, per così dire, della nouvelle vague godardiana per il grande pubblico, ma con un’impronta personalissima che lo affrancava da ogni possibile accusa di derivatività.

Poi a un certo punto le cose sono cambiate. Il contatto con il pubblico è andato svanendo e alcune scelte sono risultate poco vincenti sia sotto il profilo del successo commerciale sia sotto quello più propriamente artistico. Ma Lester ha sempre mantenuto la voglia di stupire e di proporre la sua visione, anche quando si è trovato al timone di filmoni supereroistici. La sua parabola mi ha ricordato in parte quella di Hal Ashby, regista dal tocco magico sino a un certo punto e poi reietto in quella Hollywood che l’aveva portato in palmo di mano. La differenza, sostanziale, è che Lester è ancora tra noi, in perfetta forma, e se si è ritirato l’ha fatto volontariamente per motivi che non avevano a che vedere con la mancanza di proposte.

Help! Il cinema di Richard Lester (Edizioni Il Foglio, 162 pagg., € 15) a cura di Roberto Lasagna, Anton Giulio Macino e Fabio Zanello, colma una lacuna editoriale proponendo un esame dettagliato e pressoché esaustivo della carriera cinematografica di Lester. Il volume è articolato in una serie di saggi. Io ne ho scritto uno. Gli altri sono Danilo Arona, Teresa Avolio, Francesca Brignoli, Mario Gerosa, Roberto Lasagna, Alberto Libera, Federico Magni, Anton Giulio Mancino, Giovanni Memola, Michele Raga, Barbara Rossi, Chiara Rioci e Fabio Zanello. La prefazione è di Mario Molinari.

Il mio pezzo riguarda Dolci vizi al foro ed è stato un piacere scriverlo anche perché mi ha “costretto” a rivedere un film che ricordavo solo da una visione avvenuta nella metà degli anni ‘70. Tra gli altri saggi segnalo in particolare quello di Danilo Arona (è stato simpatico dividere di nuovo qualche pagina con lui dopo più di trent’anni - o addirittura quaranta - dai tempi di Aliens e, ancora prima, di Kronos) che si è occupato di Mutazioni, in un modo singolare e stimolante. Ma tutti i saggi sono interessanti e compongono, nell’insieme, un quadro articolato e sfaccettato di un autore ingiustamente dimenticato, dando anche contezza delle traversie produttive che si è trovato ad affrontare soprattutto nell’ultima parte della sua carriera.
 

martedì 6 giugno 2017

Texted Version - Bob Dylan 2016 Nobel Lecture in Literature








Bob Dylan ha realizzato la sua "lecture" (conferenza, potremmo tradurre, o lezione) per il premio Nobel per la letteratura che gli è stato conferito. Come c'era da aspettarsi, si tratta di una conferenza molto interessante, ricca di riferimenti al rapporto tra musica e letteratura e alle fonti di ispirazione di Dylan stesso. Questa versione ha il testo in inglese sovrimpresso rendendo così molto più facile seguirlo. Ne consiglio l'ascolto non solo per il contenuto, ma anche per la "recitazione" (se così si può dire) di Dylan. Parla di Buddy Holly, di Moby Dick, di All'Ovest niente di nuovo e dell'Odissea...

giovedì 1 giugno 2017

Insidious 4

La saga horror di Insidious è tra quelle di maggior successo degli ultimi anni e i film si susseguono a ritmo incalzante. Tra qualche mese uscirà il quarto capitolo, Insidious 4, e già si comincia a parlarne. Anch'io ne parlo, su MYmovies, tracciando una breve storia della serie, creata dalla coppia formata da James Wan e Leigh Whannell. Chi vuole leggere ciò che ho scritto, deve cliccare qui. Tra gli interpreti c'è ancora l'ormai mitica Lin Shaye, che è morta nel primo film, ma continua a tornare, in una maniera o nell'altra. E ciò ci conforta.

sabato 27 maggio 2017

Pete Walker, un regista da tenere sempre presente

Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano.  Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.



Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.




Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
 

mercoledì 24 maggio 2017

Bob Dylan 76





Il tempo corre ed è di nuovo il compleanno di Bob Dylan. Giusto quindi scrivere un nuovo breve post augurale e celebrativo, come è mia consuetudine. L’anno passato è stato ricco di soddisfazioni per Dylan, ormai santificato con l’attribuzione di un insperato quanto meritato premio Nobel per la letteratura. Corollario è stata la ripubblicazione, per i tipi di Feltrinelli, della sua opera omnia con tutti i suoi testi tradotti da Alessandro Carrera. Questa volta, rispetto alla precedente che era in un volume unico, l’opera è stata suddivisa in tre volumi e arriva a comprendere anche l’ultimo disco di inediti, Tempest (2012). Chi non ce l’ha - sia i libri sia Tempest - farebbe bene a rimediare alla lacuna.


A latere, è proseguita l'attività artistica in altri campi, tra le sculture in ferro (cancellate comprese) e i quadri, che ormai cominciano a essere un corpus autoriale di tutto rispetto, a dimostrazione di una poliedricità impressionante.

C’è stato anche, poco tempo fa, un nuovo disco, triplo addirittura (Triplicate, appunto), tutto dedicato, come i due precedenti, alla riscoperta del patrimonio musicale della canzone americana rappresentata principalmente da Frank Sinatra. Più di qualcuno ha osservato che due dischi di quel genere potevano bastare, ma Bob Dylan è stato fedele, alla lettera, al motto “non c’è due senza tre!” e vedremo per il futuro. Io personalmente mi sono rifugiato più volentieri nel recente cofanetto con tutti i live del 1966, ma non disdegno nemmeno le varianti sinatriane.

Anche quest’anno, come l’anno scorso, pare che non ci siano date italiane e questo è davvero un peccato. I concerti di questo periodo, pur rimanendo ancorati a un format piuttosto rigido, confermano la buona salute vocale di Dylan, pur se, a differenza degli anni scorsi, è scomparsa l’armonica (e anche questo è un vero peccato). Ma ce ne faremo una ragione, in attesa che ricompaia.
 

sabato 20 maggio 2017

47 metri

Tra qualche giorno esce al cinema un nuovo squalo-movie, 47 metri. Normalmente, l'uscita di un film sugli squali non è un fatto da annotare nel proprio diario perché se c'è una cosa, in genere, noiosa quella è un horror con gli squali. Ma ci sono le eccezioni, per fortuna. Ci sono stati film come Open Water e come Paradise Beach - Dentro l'incubo. E adesso c'è questo 47 metri. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta che clicchiate qui.



La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.

martedì 2 maggio 2017

Amityville - Il risveglio

Tra qualche mese uscirà al cinema il nuovo episodio della lunga serie iniziata con The Amityville Horror di Stuart Rosenberg, nel 1979, ispirato, come tutti certo saprete, da una vicenda realmente accaduta (o così qualcuno dice).

Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.

Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.

Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.

giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme (1944-2017)

Anche Jonathan Demme se n'è andato, prematuramente. Che poi, in fondo, quando si muore è quasi sempre prematuramente perché in linea di massima si vorrebbe restare il più possibile o comunque ancora un po'.

Ma pur essendosene andato troppo presto, Demme ha lasciato una traccia ben consistente del suo passaggio su questa Terra. Un corpus autoriale, come si dice, impressionante per qualità e anche per quantità.  Se scorro la sua filmografia mi rendo subito conto di quanti dei suoi film mi sono piaciuti. A partire dai primi film cormaniani tra cui il classico dell'exploitation Femmine in gabbia che accoppiava una fantastica Roberta Collins (presenza insostituibile in quel sottogenere) a una stralunata ed efficacissima Barbara Steele. Per non parlare della meyeriana Erica Gavin e dell'angelicamente perversa Cheryl Smith della quale tanto ho scritto qui e là (era la protagonista del cult assoluto Lemora la metamorfosi di Satana). Che cast: impensabile metterlo insieme adesso. E Demme aveva realizzato un film unico che traeva spunto dalla reinvenzione operata da Jack Hill, ma la manipolava da par suo. Ma anche Fighting Mad, uno stranissimo revenge movie con Peter Fonda, è un film che non si dimentica. E infatti non l'ho dimenticato pur avendolo visto una volta sola moltissimi anni fa. O l'hitchockiano perfetto che è Il segno degli Hannan con un Roy Schedier ancora in palla.

Poi, certo, ci sono i film più importanti, quello che l'hanno reso famoso e che spesso erano dei gioielli assoluti. Come Qualcosa di travolgente o, ancor più, Una vedova allegra... ma non troppo che è riuscito a trascendere il suo orrendo titolo italiano e nel quale brillava un altro super cast capitanato da quell'attore sensazionale che è sempre stato Dean Stockwell e con la partecipazione di una deliziosa Nancy Travis (che credevo sarebbe diventata una grande star) e di una brava Michelle Pfeiffer.

E tanti altri film che hanno fatto epoca e che è inutile segnalare perché li ricordano tutti.

Potrei ricordarlo comunque per un film perfetto come Il silenzio degli innocenti, che, anche visto il genere, mi è caro e di cui ricordo ancora il piacere che mi diede quando lo vidi al cinema al momento dell'uscita: qualcosa di nuovo, di diverso. E molto di classe.

Ma preferisco ricordarlo con un film delicato, per la televisione, che Demme diresse nel 1982 e di cui ho recentemente scritto su Segnocinema nell'ambito del mio articolo su Kurt Vonnegut e il cinema. Who Am I This Time? infatti è tratto da un racconto di Vonnegut e presenta anch'esso un ottimo cast ottimamente diretto nel quale spiccano un Christopher Walken come lo si è visto di rado e una Susan Sarandon perfettamente in parte. Una riflessione sull'identità e su come crediamo di essere. Una riflessione sulla vita.

Qui sopra una scena da Who Am I This Time?

venerdì 31 marzo 2017

It

In attesa che finalmente, dopo anni di development hell, veda la luce la prima versione cinematografica del capolavoro di Stephen King (vale a dire It: lo dico per chi non lo abbia già intuito leggendo il titolo di questo post), ho scritto un pezzo di presentazione per MYmovies che potete leggere cliccando qui e andando quindi sul sito di MYmovies.

Regista è quell'Andres Muschietti che tanto bene aveva impressionato con La madre, perciò le speranze di una buona riuscita ci sono tutte.

Quando ho letto It (e l'ho fatto nell'estate del 1990) ero nel pieno del mio periodo kinghiano (come lettore, cioè) e, benche impressionato soprattutto dalla mole del malloppone che un po' intimidiva (tendo a preferire i libri corti, così come in via di approccio preliminare non amo i film che superano i 90'), una volta iniziata la lettura non ho potuto che rendermi conto che il peso delle pagine era assai lieve e la lettura molto avvincente. Se volessimo ridurre in poche righe la trama del libro, ci renderemmo conto che in fondo si tratta di una storia persino banale, ma ciò che la rende interessante è il modo in cui è raccontata e i personaggi che la popolano, con le loro storie personali. Purtroppo, quando si operano le riduzioni per lo schermo, proprio di riduzioni si tratta e quindi molte delle cose che rendono bello un libro voluminoso come It vengono tralasciate sull'altare della semplificazione. Per questo nel caso della prima trasposizione per il piccolo schermo (quello televisivo) è stata scelta la forma della miniserie. Per avere cioè più tempo. Il risultato qualitativo però è stato solo parzialmente raggiunto, per tanti motivi. E in fondo la durata totale (poco più di tre ore) non era comunque sufficiente a rendere la complessità narrativa del libro. Questa volta vedremo: lo schermo è quello grande e tali sono anche le aspettative.
 

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1011

Nel n. 1011 del Messaggero dei Ragazzi - è il numero di aprile, attualmente in distribuzione - torna La Banda con la sua ottava avventura, intitolata La grande quercia.

La Banda, come ormai dovrebbe sapere chi frequenta questo blog, è la serie a fumetti che scrivo per il Messaggero dei Ragazzi. L'ideatore grafico è il grande Luca Salvagno che ha disegnato le prime storie e altre ne disegnerà ancora, ma è coadiuvato da un gruppo di bravissimi disegnatori che si alternano negli altri episodi. 

La grande quercia è disegnata - molto bene - da Isacco Saccoman, che già se l'era cavata molto bene nel sesto episodio, Halloween. In questo caso l'ambientazione prevalentemente silvestre ben si presta ai giochi di colore e a una scenografia ricca e variata nella creazione della quale Isacco si è fatto valere. La storia vuole rappresentare un percorso verso la comprensione reciproca dopo che si è lasciato, per vari motivi, spazio all'incomprensione e anche al rancore.

Qui sopra alcune vignette esemplari (e boschive). E come sempre buona lettura a chi vorrà leggere questa storia.

lunedì 27 marzo 2017

Bob Dylan, le cover e Golden Vanity

Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco di Bob Dylan. Si tratta di Triplicate, un altro disco di covers dopo quelli già usciti negli anni scorsi, Shadows in the Night e Fallen Angels. È un disco triplo che quindi sembra una sorta di sfida a chi, magari sottovoce, aveva cominciato a dire che due dischi di cover potevano essere abbastanza. Ma naturalmente Dylan non lancerebbe mai sfide del genere: in realtà, sta semplicemente continuando a fare quello che ha sempre fatto, ciò che vuole.

Peraltro, Dylan ha spesso fatto cover: già il suo primo disco ne aveva parecchie. Poi nel corso degli anni, in maggiore o minore misura, ne ha continuate a fare con punte quantitative in dischi come Self Portrait o Down in the Groove. Per non parlare del dittico acustico dei primi anni ‘90, interamente composto di versioni di canzoni altrui, tradizionali e no. E anche dal vivo, soprattutto con l’inizio del Never Ending Tour (o comunque lo si sia voluto chiamare nel corso dei decenni) nel 1988, le cover non sono mancate.

Quindi, niente di strano. Apparentemente. In realtà qualcosa di strano c’è. Un aspetto ricorrente delle cover dylaniane dall’inizio sino quasi ai nostri giorni è che le canzoni venivano del tutto dylanizzate, non erano per niente simili ai pezzi originali e spesso potevano invece sembrare canzoni di Dylan. Dylan, infatti, le faceva proprie con la sua interpretazione, diventavano cosa sua. Gli esempi sono molteplici. Uno dei più eclatanti è la gershwiniana Soon, fatta in solitario con chitarra e armonica durante un concerto in onore di Gershwin nel 1987 (la ripresa televisiva dell’avvenimento è facile trovarla su youtube): da ascoltare per credere. Un altro esempio potrebbe essere The Lady Came from Baltimore scritta da Ty Hardin, ma ce ne sono davvero tanti.

Tra questi mi preme segnalare Golden Vanity. Si tratta di una canzone tradizionale di qualche secolo fa e ne esiste una miriade di versioni. Saltabeccando su youtube ne troverete a vagoni, ce n’è una di Pete Seeger, ma ce ne sono anche di gruppi moderni. Chi la fa vivace, chi la fa lenta, chi la fa ipermelodica. Poi c’è la versione di Bob Dylan. Dylan l’ha eseguita in concerto sette volte, ma la versione che si sente più facilmente è anche la migliore, quella eseguita a Waikiki nelle Hawaii il 24 aprile 1992 (annata di particolare interesse, molto hit or miss, per la parte acustica dei concerti dylaniani). Su youtube la trovate facilmente. Ascoltatela, magari dopo o prima d’aver ascoltato qualcuna delle altre versioni. Non era un periodo facile per Dylan, quello. Il pubblico gli chiedeva le sue canzoni famose, quelle di protesta. E Dylan rispose, acuto e caustico: “This one’s got all that stuff in it. You’ll see. It’s got all that and more”. Poi attacca la canzone e dimostra che quello che aveva detto era vero, non solo e non tanto per la canzone, quanto per l’interpretazione. Struggente, tragica, esemplificativa della cattiveria e dell’ingiustizia umane, capace di rendere il senso assolutamente individuale del riscatto, è una canzone che contiene davvero molto. L’interpretazione di Dylan è straziata, pienamente “dentro” ogni singola parola, anche di quelle parole che gli mancano, che si mastica e dimentica, anche con ciò dando il senso della disperazione e della mancanza di riconoscenza e gratitudine.

Oggi, invece, Dylan in queste sue nuove cover cerca di entrare nello spirito delle vecchie canzoni che interpreta, dei tempi che le hanno espresse. Un approccio completamente diverse. Invece di dylanizzare le canzoni, forse il contrario. Forse. Perché forse ci vorrà del tempo anche per capire questo.

domenica 12 marzo 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 9 José Mojica Marins

Il nono e ultimo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a José Mojica Marins ed è stato scritto appositamente per questo libro. L’ho voluto aggiungere perché mi sembrava che un regista come Marins fosse una presenza imprescindibile: in sostanza, non poteva mancare.

Regista, ma non solo perché di gran parte dei suoi film Marins è anche una presenza “necessaria” come attore. Pochi autori - nel bene e nel male - sono più caratteristici e caratterizzanti la propria opera. E pochi autori hanno realizzato film più strani, più wierd (per dirla all’inglese). Naturalmente, il personaggio che più esemplifica il lavoro di marins è quello di Zé do Caixao (tradotto dagli americani in Coffin Joe), il lugubre becchino filosofo con manie di grandezza che gli ha dato la fama e che in sostanza Marins non ha mai cessato di interpretare anche nelle sue apparizioni pubbliche. Ma ripercorrendo la carriera di questo regista - come ho fatto nel mio libro - ci si sorprende nel vedere invece in fondo quanto poche siano le volte che Zé compare, effettivamente, nei film di Marins. Al punto che quando Marins lo riprende in modo ufficiale con il mirabile Encarnaçao do demonio nel 2008 sono in realtà trascorsi oltre 40 anni dal film “legittimamente” precedente (non contando, con ciò, le diverse finte o parziali riapparizioni di un personaggio che percorre comunque in modo periferico o anche solo come pura citazione la filmografia di Marins).

Ma ripercorrere la tumultuosa carriera di Marins consente anche di evidenziare come si sia trattato di un autore - ancora in attività, peraltro - davvero sui generis, che ha lottato per imporre il suo punto di vista in un contesto ostile come pochi, perché non solo la cinematografia brasiliana era sostanzialmente aliena dall’horror o dall’exploitation, ma la mancanza degli aspetti basilari di un’industria produttiva gli ha reso tutto difficile e avventuroso. Che sia riuscito a fare così tanti film è un miracolo e una testimonianza alla sua pervicacia, oltre che alla sua capacità di superare ogni ostacolo.

Com’è ovvio, i suoi film risentono di queste difficoltà e anche, magari, della mancanza di qualcuno dei talenti specifici che servono a far coagulare la formula del “bel film”, ma, nonostante alcuni di essi siano oggettivamente carenti e anche talvolta brutti, rimane sempre l’originalità dello sguardo, che in fondo è ciò che caratterizza un autore.

Unghie chilometriche e sproloqui filosofici possono essere gli aspetti che restano più impressi nel suo cinema, ma Marins, a chi lo guarda senza pregiudizi (e forse anche senza aspettative particolari) ha molto da offrire. A partire dai titoli dei film, per esempio: Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere, dove lo si può trovare un titolo tanto tonitruante se non nel suo cinema? E, si badi, il film stesso è del tutto all’altezza della bizzarra enfasi del suo titolo.

Tra gli alti e bassi del successo e dell’insuccesso commerciale, Marins è riuscito a perseverare, producendosi in un’andata e ritorno dagli inferi del porno (come altri registi di exploitation della sua epoca) per poi trovare la possibilità di un ritorno in grande stile con Encarnaçao do demonio, riuscendo a sopravvivere al suo mito e approfittando di esso per poter finanziare questo ritorno. Non è una cosa da poco. Mi piace molto quando un artista riesce a durare e a tornare contro ogni probabilità. Non tutti ci riescono. Quasi nessuno, anzi.





Qui sopra, un’immagine di José Mojica Marins nei panni di Zé do Caixao in Encarnaçao do demonio.

giovedì 9 marzo 2017

The Ring 3 - link alla recensione

E dopo l'overview di presentazione, arriva puntuale, in anticipo di qualche giorno rispetto all'uscita in sala, la mia recensione di The Ring 3 su MYmovies: chi vuole leggerla deve solo cliccare qui.

Non mi dilungo in questa sede - l'ho fatto appunto su MYmovies - e segnalo solo che la foto qui sopra riguarda la protagonista del film, la brava Matilda Lutz che abbiamo imparato a conoscere proprio nel cinema italiano.

martedì 21 febbraio 2017

Autopsy

Dopo il bizzarro Trollhunters, il nordico André Øvredal torna - tra qualche giorno nelle sale - con un horror di atmosfera più tradizionale, The Autopsy of Jane Doe, che nella versione italiana è stato ridotto nel titolo, che è semplicemente Autopsy.

A intepretarlo l'ottimo Brian Cox e il bravo Emile Hirsch (entrambi nella foto qui sopra), oltre alla bella Olwen Kelly nel ruolo di Jane Doe (la ragazza di cui si deve fare l'autopsia). Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies, come al solito non deve fare altro che cliccare qui.

Non vi anticipo quello che ho scritto nella recensione, ma il film vi consiglio di vederlo, a meno che le autopsie (anche quelle cinematografiche: quelle vere impressionerebbero di sicuro anche me) non vi impressionino.

domenica 19 febbraio 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 8 Eddie Romero

L’ottavo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a Eddie Romero, un regista filippino che, assieme a una carriera di autore a tutto tondo nell’ambito del cinema locale, ha saputo ritagliarsi una carriera importante come regista di fim di genere per il cinema americano. Lo ha fatto, però, senza allontanarsi dalle Filippine, ma girandovi film prodotti o coprodotti dagli americani e destinati al pubblico internazionale

Molti - forse tutti - di questi film per il mercato internazionale erano produttivamente di serie B e alcuni sono stati vilipesi dalla critica per la loro pretesa inadeguatezza. In realtà, Romero ha sempre mantenuto una dignità registica inappuntabile anche quando si è trovato a lavorare con trame e contesti non eccezionali per tematiche e spessore. Sotto questo profilo è significativa la serie ambientata nella cosiddetta Isola di Sangue. Alla serie ha partecipato come coautore un altro famoso regista filippino, Gerardo De Leon, che è stato mentore di Romero, introducendolo da giovanissimo nel mondo del cinema e spingendolo dapprima a sceneggiare e poi a dirigere. Sono forse proprio i film di questa vituperata serie, peraltro, a essere rimasti di più nell’immaginario dello spettatore occidentale. Negli anni ‘80, all’epoca dei fasti delle tv private, non era difficile piombare improvvisamente negli orrori tropicali di Terrore sull’isola dell’amore, capostipite della serie, molto weird. Il secondo, Mad Doctor of Blood Island, discreto successo negli USA, è rimasto inedito da noi, mentre il terzo è La bestia di sangue, famoso anche per l’outrageous disegno che abbelliva manifesti e locandine. Quando, a metà degli anni ‘70, avevo realizzato assieme ad alcuni amici una frequentatissima serie di rassegne di film horror in un cinema della mia città, programmai, senza averlo potuto vedere prima, anche La bestia di sangue, cui feci avere la prima visione cittadina a diversi anni dall’uscita (perché, come capitava allora a molti film di genere, era circolato solo nelle sale di provincia). E in quell’occasione destò proteste in alcuni benpensanti la visione, nella strada cittadina antistante il cinema, del materiale pubblicitario con il mostro che teneva in mano la propria testa mozzata. Altri tempi. Quella che vedete qui riprodotta è una di quelle fotobusta.




Ma Romero si è cimentato con altri generi in voga in quei tempi, in particolare con il wip (women in prison) che Jack Hill (altro autore che ho trattato nel mio libro) aveva rinvigorito proprio girando nelle Filippine. E poi altri film d’azione e soprattutto, nella prima parte della sua carriera internazionale, di guerra, genere nel cui ambito ha probabilmente dato il meglio di sé (Manila Open City resta un ottimo film e anche altri gli sono vicini). Per non parlare dei film propriamente autoriali con cui ha assunto un ruolo di primo piano nel cinema filippino.

Di tutto questo ho cercato di dare un quadro esauriente nel mio libro. Il capitolo è corredato da un’intervista che ho avuto la fortuna di poter realizzare con Eddie Romero qualche anno prima che morisse.

lunedì 13 febbraio 2017

Gerontown

Gerontown (154 pagine in bianco e nero) è una nuova graphic novel, scritta da Massimo Salvagnini e disegnata da Gianni Salvagnini. Entrambi sono miei fratelli e con entrambi ho, nel corso degli anni, collaborato. Massimo è un valente jazzista, autore di un ormai notevole numero di cd, a partire dal primo, Very Fool (1993), e arrivando al, per ora, ultimo When Your Drummer Has Gone (2016). Con Massimo ho realizzato a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 alcuni film in super8 che volevano essere divertenti e forse a tratti lo erano davvero (i titoli? Il canonico del Bufalo parla davvero con la Madonna e la vede spesso, Il budino, Il primo film a colori fu italiano). Con Gianni, ottimo disegnatore di fumetti, ho collaborato per molti anni e per svariate testate: dagli horror targati Sansoni al Messaggero dei Ragazzi, nell’arco di diverse decadi.

Ora hanno realizzato questo Gerontown, che, lasciatemelo dire, è qualcosa di davvero diverso. Già solo questo dovrebbe bastare per invogliare a leggerlo perché la diversità - che contiene spesso in sé, come in questo caso, l’originalità - è merce rara. La storia - che presenta notevoli e volute asperità e acidità anche caratteriali - parte da una premessa fulminante: esiste un luogo, in una grande città, un palazzo, nel quale una congregazione di anziani perpetua la sua esistenza al massimo della durata e al massimo del comfort creando una sorta di bolla vitale del tutto segreta e sconosciuta all’infuori della ristretta cerchia dei privilegiati che ne fanno parte. L’ingresso del new fish di turno, l’anziano Masini dal carattere impossibile, ci scorta dentro questo mondo particolare, portandoci a conoscerne via via i componenti, ciascuno dei quali con il suo piccolo frammento di mondo e le sue idiosincrasie. Non so bene perché - la situazione e la storia sono molto diverse - ma questa introduzione e questa scoperta progressiva da parte del nuovo venuto dei suoi compagni di avventura con le loro particolari personalità mi ha richiamato alla mente Solaris. In ogni modo, se la premessa e la costruzione della vicenda sono curiose e interessanti, lo svolgimento non delude e a un certo punto, come dicono gli americani, the shit hit the fan e le cose precipitano.

Ricco di spunti e di dialoghi memorabili, il fumetto è disegnato magistralmente da Gianni che ben si adatta agli umori acri della storia. Il pessimismo, va da sé, dilaga, ma non è fine a se stesso. E oltretutto in fondo non è nemmeno così totale se pensiamo che l'unico riscatto davvero possibile è per sua natura individuale. Comunque, riporto, perché è interessante, quanto scritto nel retrocopertina per presentare il libro: “Che cosa potrebbe accadere se i vecchi decidessero di resistere il più a lungo possibile? Questa è una utopia alternativa, in cui l’egoismo del vecchio non vede il senso del farsi da parte per lasciare spazio all’egoismo del giovane”.

Completa il libro una interessante introduzione di Paolo Forni e vi sono anche alcune considerazioni di Radu  Lidjenko (ben noto a chi conosce il Massimo musicista).

Se vi interessa, Gerontown è acquistabile qui in cartaceo e qui in ebook. Qui invece potete vedere il book trailer.

lunedì 6 febbraio 2017

The Ring 3


In attesa dell'uscita, ormai prossima, di The Ring 3 in Italia (negli USA, con il titolo di Rings, è uscito da poco), ho scritto per MYmovies un articolo di presentazione che ripercorre la saga - quella giapponese e quella americana - mettendo un po' d'ordine, per chi non si ricordava o non sapeva come si erano sviluppate, tra sequel, remake, sequel dei remake e remake dei sequel. Insomma, un piccolo compendio per prepararsi al ritorno di Samara (cioè il nome di Sadako nella serie americana). Chi vuole leggere l'articolo deve solo cliccare qui.

Il nuovo film è diretto da F. Javier Gutierrez e nel primo weekend statunitense ha incassato circa 13 milioni di dollari. Ben al di sotto di quanto incassato dal weekend di apertura del secondo episodio, ma bisogna tenere conto che sono passati 12 anni (nientemeno). Vedremo come si svilupperà l'andamento degli incassi, ma comunque il budget è stato di 25 milioni di dollari per cui, tenuto conto anche degli incassi all'estero (già arrivati a 15 milioni di dollari), il breakeven point dovrebbe essere raggiunto.