sabato 27 maggio 2017

Pete Walker, un regista da tenere sempre presente

Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano.  Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.



Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.




Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
 

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