sabato 17 giugno 2017

Help! Il cinema di Richard Lester

C’è stato un periodo in cui sembrava davvero impossibile che Richard Lester potesse sbagliare un film. È stato un periodo breve, ma intenso, nel pieno di una decade decisamente intensa, gli anni ‘60. Lester non sbagliava un colpo, proponendosi come una figura imprescindibile nel cinema di quegli anni. Il suo sguardo era intelligente, curioso, intellettualmente stimolante. Il suo stile vivace, anticonvenzionale, innovativo, pur se inserito sulla scia di una tradizione (quella della commedia inglese, che lui, americano, aveva assimilato alla perfezione) solida e importante. I film di quegli anni sono tutti brillanti, quasi tutti anche dei successi commerciali. I film dei Beatles, Non tutti ce l’hanno, Come ho vinto la guerra, Dolci vizi al foro, Petulia: tutti film significativi e imperdibili. Per non parlare di Mani sulla luna che rielabora e prosegue l’esilarante situazione iniziata con Il ruggito del topo, diretto da un altro americano in momentaneo esilio (dal suo apese e dai suoi temi preferiti) come Jack Arnold. Lo stile (in)imitabile di Lester ne aveva fatto il divulgatore, per così dire, della nouvelle vague godardiana per il grande pubblico, ma con un’impronta personalissima che lo affrancava da ogni possibile accusa di derivatività.

Poi a un certo punto le cose sono cambiate. Il contatto con il pubblico è andato svanendo e alcune scelte sono risultate poco vincenti sia sotto il profilo del successo commerciale sia sotto quello più propriamente artistico. Ma Lester ha sempre mantenuto la voglia di stupire e di proporre la sua visione, anche quando si è trovato al timone di filmoni supereroistici. La sua parabola mi ha ricordato in parte quella di Hal Ashby, regista dal tocco magico sino a un certo punto e poi reietto in quella Hollywood che l’aveva portato in palmo di mano. La differenza, sostanziale, è che Lester è ancora tra noi, in perfetta forma, e se si è ritirato l’ha fatto volontariamente per motivi che non avevano a che vedere con la mancanza di proposte.

Help! Il cinema di Richard Lester (Edizioni Il Foglio, 162 pagg., € 15) a cura di Roberto Lasagna, Anton Giulio Macino e Fabio Zanello, colma una lacuna editoriale proponendo un esame dettagliato e pressoché esaustivo della carriera cinematografica di Lester. Il volume è articolato in una serie di saggi. Io ne ho scritto uno. Gli altri sono Danilo Arona, Teresa Avolio, Francesca Brignoli, Mario Gerosa, Roberto Lasagna, Alberto Libera, Federico Magni, Anton Giulio Mancino, Giovanni Memola, Michele Raga, Barbara Rossi, Chiara Rioci e Fabio Zanello. La prefazione è di Mario Molinari.

Il mio pezzo riguarda Dolci vizi al foro ed è stato un piacere scriverlo anche perché mi ha “costretto” a rivedere un film che ricordavo solo da una visione avvenuta nella metà degli anni ‘70. Tra gli altri saggi segnalo in particolare quello di Danilo Arona (è stato simpatico dividere di nuovo qualche pagina con lui dopo più di trent’anni - o addirittura quaranta - dai tempi di Aliens e, ancora prima, di Kronos) che si è occupato di Mutazioni, in un modo singolare e stimolante. Ma tutti i saggi sono interessanti e compongono, nell’insieme, un quadro articolato e sfaccettato di un autore ingiustamente dimenticato, dando anche contezza delle traversie produttive che si è trovato ad affrontare soprattutto nell’ultima parte della sua carriera.
 

martedì 6 giugno 2017

Texted Version - Bob Dylan 2016 Nobel Lecture in Literature








Bob Dylan ha realizzato la sua "lecture" (conferenza, potremmo tradurre, o lezione) per il premio Nobel per la letteratura che gli è stato conferito. Come c'era da aspettarsi, si tratta di una conferenza molto interessante, ricca di riferimenti al rapporto tra musica e letteratura e alle fonti di ispirazione di Dylan stesso. Questa versione ha il testo in inglese sovrimpresso rendendo così molto più facile seguirlo. Ne consiglio l'ascolto non solo per il contenuto, ma anche per la "recitazione" (se così si può dire) di Dylan. Parla di Buddy Holly, di Moby Dick, di All'Ovest niente di nuovo e dell'Odissea...

giovedì 1 giugno 2017

Insidious 4

La saga horror di Insidious è tra quelle di maggior successo degli ultimi anni e i film si susseguono a ritmo incalzante. Tra qualche mese uscirà il quarto capitolo, Insidious 4, e già si comincia a parlarne. Anch'io ne parlo, su MYmovies, tracciando una breve storia della serie, creata dalla coppia formata da James Wan e Leigh Whannell. Chi vuole leggere ciò che ho scritto, deve cliccare qui. Tra gli interpreti c'è ancora l'ormai mitica Lin Shaye, che è morta nel primo film, ma continua a tornare, in una maniera o nell'altra. E ciò ci conforta.

sabato 27 maggio 2017

Pete Walker, un regista da tenere sempre presente

Pochi registi hanno saputo precorrere i tempi come Pete Walker che proprio per questo, però, ha ottenuto un riscontro, in termini di successo di pubblico, inferiore a quello che avrebbe meritato. Nel giro di pochi anni, Walker è stato in grado di realizzare un pugno di horror fortemente permeati di critica sociopolitica e di notevole efficacia narrativa: Nero criminale, La casa del peccato mortale, ...e sul corpo tracce di violenza e anche, sia pure su un livello inferiore, La terza mano.  Film forti, duri, spietati, che rappresentano il nucleo principale dell’opera di un regista originale e spregiudicato. Ma se quei film sono il nucleo principale, c’è però anche molto altro perché tra i film “minori” di Walker ci sono delle piccole gemme come Cool It, Carol, un film di pura exploitation, molto stimolante e ben realizzato. Ci sono anche i film incompresi, tra cui spicca soprattutto La casa delle ombre lunghe, bistrattato per anni per aver “sprecato” l’unione eccellente dei maestri dell’horror (Price, Cushing e Lee, con un John Carradine di contorno), ma in realtà, come ha cercato di spiegare lo stesso Walker, film che ha giocato col genere e che ha sofferto per aspettative malriposte: in sostanza, per qualche motivo, ci si aspettava qualcosa che il film non era e lo si è giudicato sulla base di questo presupposto.



Nel corso degli anni, mi sono occupato spesse volte di Walker, proprio a testimonianza del fatto che è un autore che mi ha molto colpito. Nel 1978 ho curato per il cineclub universitario della mia città una personale di Walker: il cineclub, tra l’altro, all’epoca era diretto da nientemeno che Carlo Mazzacurati, Enzo Monteleone e Roberto Citran, tutti poi assurti a meritata notorietà in campo cinematografico. Nel 1980 per la rivista Aliens, edita da Armenia, ho scritto un lungo articolo su Walker passando in rassegna i suoi film sin lì usciti. A curare la sezione cinematografica di quella gloriosa rivista era Danilo Arona, anche lui scrittore e critico di grande e meritata fama. Nel 1990, o giù di lì, ho scritto per Nosferatu, altra rivista cult per l’epoca, un lungo articolo in più puntate dedicato ai riflessi sociopolitici dell’horror post romeriano e pertanto ho ripreso in esame l’opera di Walker. Poi nel 2002, per la gloriosa rivista Segnocinema, nell’ambito della serie Kings of Exploitation, ho scritto un altro lungo articolo sull’opera di Walker, cercando di portare su di lui l’attenzione di un pubblico cinefilo ma non necessariamente orrorofilo come quello di Segnocinema. Quando ho scritto il Dizionario dei film horror, prima edizione 2007, ho avuto di nuovo modo di passare in rassegna i film di Walker, uno dei quali è entrato nel ristretto novero dei film cui ho attribuito cinque stellette (massimo riconoscimento). Infine, per ora, ho dedicato a Walker il primo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 1 - Europa. In quell’occasione ho inserito anche un’intervista a David McGillivray, grande sceneggiatore e collaboratore di Walker per i suoi horror migliori. Insomma, direi che su Walker ho scritto un bel po’. Ed è stato un piacere, naturalmente.




Non c’è un motivo contingente per parlare di Walker, oggi. Non ci sono ricorrenze, anniversari, celebrazioni. L’unico motivo è un motivo di carattere generale, che c’è oggi, c’era ieri e ci sarà domani: ricordare i suoi film perché qualcuno li guardi.
 

mercoledì 24 maggio 2017

Bob Dylan 76





Il tempo corre ed è di nuovo il compleanno di Bob Dylan. Giusto quindi scrivere un nuovo breve post augurale e celebrativo, come è mia consuetudine. L’anno passato è stato ricco di soddisfazioni per Dylan, ormai santificato con l’attribuzione di un insperato quanto meritato premio Nobel per la letteratura. Corollario è stata la ripubblicazione, per i tipi di Feltrinelli, della sua opera omnia con tutti i suoi testi tradotti da Alessandro Carrera. Questa volta, rispetto alla precedente che era in un volume unico, l’opera è stata suddivisa in tre volumi e arriva a comprendere anche l’ultimo disco di inediti, Tempest (2012). Chi non ce l’ha - sia i libri sia Tempest - farebbe bene a rimediare alla lacuna.


A latere, è proseguita l'attività artistica in altri campi, tra le sculture in ferro (cancellate comprese) e i quadri, che ormai cominciano a essere un corpus autoriale di tutto rispetto, a dimostrazione di una poliedricità impressionante.

C’è stato anche, poco tempo fa, un nuovo disco, triplo addirittura (Triplicate, appunto), tutto dedicato, come i due precedenti, alla riscoperta del patrimonio musicale della canzone americana rappresentata principalmente da Frank Sinatra. Più di qualcuno ha osservato che due dischi di quel genere potevano bastare, ma Bob Dylan è stato fedele, alla lettera, al motto “non c’è due senza tre!” e vedremo per il futuro. Io personalmente mi sono rifugiato più volentieri nel recente cofanetto con tutti i live del 1966, ma non disdegno nemmeno le varianti sinatriane.

Anche quest’anno, come l’anno scorso, pare che non ci siano date italiane e questo è davvero un peccato. I concerti di questo periodo, pur rimanendo ancorati a un format piuttosto rigido, confermano la buona salute vocale di Dylan, pur se, a differenza degli anni scorsi, è scomparsa l’armonica (e anche questo è un vero peccato). Ma ce ne faremo una ragione, in attesa che ricompaia.
 

sabato 20 maggio 2017

47 metri

Tra qualche giorno esce al cinema un nuovo squalo-movie, 47 metri. Normalmente, l'uscita di un film sugli squali non è un fatto da annotare nel proprio diario perché se c'è una cosa, in genere, noiosa quella è un horror con gli squali. Ma ci sono le eccezioni, per fortuna. Ci sono stati film come Open Water e come Paradise Beach - Dentro l'incubo. E adesso c'è questo 47 metri. Se volete leggere la mia recensione su MYmovies, basta che clicchiate qui.



La regia è di Johannes Roberts, specialista in horror sin qui non memorabili (tipo La foresta dei dannati). Nel cast c'è anche il "vecchio" Matthew Modine, ma ci sono soprattutto le due protagoniste, Mandy Moore e Claire Holt.

martedì 2 maggio 2017

Amityville - Il risveglio

Tra qualche mese uscirà al cinema il nuovo episodio della lunga serie iniziata con The Amityville Horror di Stuart Rosenberg, nel 1979, ispirato, come tutti certo saprete, da una vicenda realmente accaduta (o così qualcuno dice).

Da allora a oggi di film collegati a quel prototipo ce ne sono stati parecchi e ce ne sono stati anche parecchi per nulla collegati, ma che hanno sfruttato il nome evocativo di Amityville nel titolo e pertanto in qualche modo fanno parte dell'indotto.

Questo nuovo film si intitola Amityville - Il risveglio e spero che il titolo non voglia riferirsi allo stato d'animo dello spettatore alla fine del film quando si riaccendono le luci in sala. Battute gratuite e ingenerose come questa a parte (ma sapete com'è, quando c'è l'occasione la battuta viene fuori da sola), il film ha qualche punto a favore a titolo di premessa positiva, a partire dal regista e dall'interprete principale.

Ma se volete saperne di più, potete andare a leggere l'articolo che ho scritto per MYmovies e che, nel presentare un po' il film per quel che se ne sa adesso, fa anche una panoramica di quanto è successo da quel primo film di Rosenberg in poi. Per leggere l'articolo basta che clicchiate qui.

giovedì 27 aprile 2017

Jonathan Demme (1944-2017)

Anche Jonathan Demme se n'è andato, prematuramente. Che poi, in fondo, quando si muore è quasi sempre prematuramente perché in linea di massima si vorrebbe restare il più possibile o comunque ancora un po'.

Ma pur essendosene andato troppo presto, Demme ha lasciato una traccia ben consistente del suo passaggio su questa Terra. Un corpus autoriale, come si dice, impressionante per qualità e anche per quantità.  Se scorro la sua filmografia mi rendo subito conto di quanti dei suoi film mi sono piaciuti. A partire dai primi film cormaniani tra cui il classico dell'exploitation Femmine in gabbia che accoppiava una fantastica Roberta Collins (presenza insostituibile in quel sottogenere) a una stralunata ed efficacissima Barbara Steele. Per non parlare della meyeriana Erica Gavin e dell'angelicamente perversa Cheryl Smith della quale tanto ho scritto qui e là (era la protagonista del cult assoluto Lemora la metamorfosi di Satana). Che cast: impensabile metterlo insieme adesso. E Demme aveva realizzato un film unico che traeva spunto dalla reinvenzione operata da Jack Hill, ma la manipolava da par suo. Ma anche Fighting Mad, uno stranissimo revenge movie con Peter Fonda, è un film che non si dimentica. E infatti non l'ho dimenticato pur avendolo visto una volta sola moltissimi anni fa. O l'hitchockiano perfetto che è Il segno degli Hannan con un Roy Schedier ancora in palla.

Poi, certo, ci sono i film più importanti, quello che l'hanno reso famoso e che spesso erano dei gioielli assoluti. Come Qualcosa di travolgente o, ancor più, Una vedova allegra... ma non troppo che è riuscito a trascendere il suo orrendo titolo italiano e nel quale brillava un altro super cast capitanato da quell'attore sensazionale che è sempre stato Dean Stockwell e con la partecipazione di una deliziosa Nancy Travis (che credevo sarebbe diventata una grande star) e di una brava Michelle Pfeiffer.

E tanti altri film che hanno fatto epoca e che è inutile segnalare perché li ricordano tutti.

Potrei ricordarlo comunque per un film perfetto come Il silenzio degli innocenti, che, anche visto il genere, mi è caro e di cui ricordo ancora il piacere che mi diede quando lo vidi al cinema al momento dell'uscita: qualcosa di nuovo, di diverso. E molto di classe.

Ma preferisco ricordarlo con un film delicato, per la televisione, che Demme diresse nel 1982 e di cui ho recentemente scritto su Segnocinema nell'ambito del mio articolo su Kurt Vonnegut e il cinema. Who Am I This Time? infatti è tratto da un racconto di Vonnegut e presenta anch'esso un ottimo cast ottimamente diretto nel quale spiccano un Christopher Walken come lo si è visto di rado e una Susan Sarandon perfettamente in parte. Una riflessione sull'identità e su come crediamo di essere. Una riflessione sulla vita.

Qui sopra una scena da Who Am I This Time?

venerdì 31 marzo 2017

It

In attesa che finalmente, dopo anni di development hell, veda la luce la prima versione cinematografica del capolavoro di Stephen King (vale a dire It: lo dico per chi non lo abbia già intuito leggendo il titolo di questo post), ho scritto un pezzo di presentazione per MYmovies che potete leggere cliccando qui e andando quindi sul sito di MYmovies.

Regista è quell'Andres Muschietti che tanto bene aveva impressionato con La madre, perciò le speranze di una buona riuscita ci sono tutte.

Quando ho letto It (e l'ho fatto nell'estate del 1990) ero nel pieno del mio periodo kinghiano (come lettore, cioè) e, benche impressionato soprattutto dalla mole del malloppone che un po' intimidiva (tendo a preferire i libri corti, così come in via di approccio preliminare non amo i film che superano i 90'), una volta iniziata la lettura non ho potuto che rendermi conto che il peso delle pagine era assai lieve e la lettura molto avvincente. Se volessimo ridurre in poche righe la trama del libro, ci renderemmo conto che in fondo si tratta di una storia persino banale, ma ciò che la rende interessante è il modo in cui è raccontata e i personaggi che la popolano, con le loro storie personali. Purtroppo, quando si operano le riduzioni per lo schermo, proprio di riduzioni si tratta e quindi molte delle cose che rendono bello un libro voluminoso come It vengono tralasciate sull'altare della semplificazione. Per questo nel caso della prima trasposizione per il piccolo schermo (quello televisivo) è stata scelta la forma della miniserie. Per avere cioè più tempo. Il risultato qualitativo però è stato solo parzialmente raggiunto, per tanti motivi. E in fondo la durata totale (poco più di tre ore) non era comunque sufficiente a rendere la complessità narrativa del libro. Questa volta vedremo: lo schermo è quello grande e tali sono anche le aspettative.
 

La Banda nel Messaggero dei Ragazzi n. 1011

Nel n. 1011 del Messaggero dei Ragazzi - è il numero di aprile, attualmente in distribuzione - torna La Banda con la sua ottava avventura, intitolata La grande quercia.

La Banda, come ormai dovrebbe sapere chi frequenta questo blog, è la serie a fumetti che scrivo per il Messaggero dei Ragazzi. L'ideatore grafico è il grande Luca Salvagno che ha disegnato le prime storie e altre ne disegnerà ancora, ma è coadiuvato da un gruppo di bravissimi disegnatori che si alternano negli altri episodi. 

La grande quercia è disegnata - molto bene - da Isacco Saccoman, che già se l'era cavata molto bene nel sesto episodio, Halloween. In questo caso l'ambientazione prevalentemente silvestre ben si presta ai giochi di colore e a una scenografia ricca e variata nella creazione della quale Isacco si è fatto valere. La storia vuole rappresentare un percorso verso la comprensione reciproca dopo che si è lasciato, per vari motivi, spazio all'incomprensione e anche al rancore.

Qui sopra alcune vignette esemplari (e boschive). E come sempre buona lettura a chi vorrà leggere questa storia.

lunedì 27 marzo 2017

Bob Dylan, le cover e Golden Vanity

Tra pochi giorni uscirà il nuovo disco di Bob Dylan. Si tratta di Triplicate, un altro disco di covers dopo quelli già usciti negli anni scorsi, Shadows in the Night e Fallen Angels. È un disco triplo che quindi sembra una sorta di sfida a chi, magari sottovoce, aveva cominciato a dire che due dischi di cover potevano essere abbastanza. Ma naturalmente Dylan non lancerebbe mai sfide del genere: in realtà, sta semplicemente continuando a fare quello che ha sempre fatto, ciò che vuole.

Peraltro, Dylan ha spesso fatto cover: già il suo primo disco ne aveva parecchie. Poi nel corso degli anni, in maggiore o minore misura, ne ha continuate a fare con punte quantitative in dischi come Self Portrait o Down in the Groove. Per non parlare del dittico acustico dei primi anni ‘90, interamente composto di versioni di canzoni altrui, tradizionali e no. E anche dal vivo, soprattutto con l’inizio del Never Ending Tour (o comunque lo si sia voluto chiamare nel corso dei decenni) nel 1988, le cover non sono mancate.

Quindi, niente di strano. Apparentemente. In realtà qualcosa di strano c’è. Un aspetto ricorrente delle cover dylaniane dall’inizio sino quasi ai nostri giorni è che le canzoni venivano del tutto dylanizzate, non erano per niente simili ai pezzi originali e spesso potevano invece sembrare canzoni di Dylan. Dylan, infatti, le faceva proprie con la sua interpretazione, diventavano cosa sua. Gli esempi sono molteplici. Uno dei più eclatanti è la gershwiniana Soon, fatta in solitario con chitarra e armonica durante un concerto in onore di Gershwin nel 1987 (la ripresa televisiva dell’avvenimento è facile trovarla su youtube): da ascoltare per credere. Un altro esempio potrebbe essere The Lady Came from Baltimore scritta da Ty Hardin, ma ce ne sono davvero tanti.

Tra questi mi preme segnalare Golden Vanity. Si tratta di una canzone tradizionale di qualche secolo fa e ne esiste una miriade di versioni. Saltabeccando su youtube ne troverete a vagoni, ce n’è una di Pete Seeger, ma ce ne sono anche di gruppi moderni. Chi la fa vivace, chi la fa lenta, chi la fa ipermelodica. Poi c’è la versione di Bob Dylan. Dylan l’ha eseguita in concerto sette volte, ma la versione che si sente più facilmente è anche la migliore, quella eseguita a Waikiki nelle Hawaii il 24 aprile 1992 (annata di particolare interesse, molto hit or miss, per la parte acustica dei concerti dylaniani). Su youtube la trovate facilmente. Ascoltatela, magari dopo o prima d’aver ascoltato qualcuna delle altre versioni. Non era un periodo facile per Dylan, quello. Il pubblico gli chiedeva le sue canzoni famose, quelle di protesta. E Dylan rispose, acuto e caustico: “This one’s got all that stuff in it. You’ll see. It’s got all that and more”. Poi attacca la canzone e dimostra che quello che aveva detto era vero, non solo e non tanto per la canzone, quanto per l’interpretazione. Struggente, tragica, esemplificativa della cattiveria e dell’ingiustizia umane, capace di rendere il senso assolutamente individuale del riscatto, è una canzone che contiene davvero molto. L’interpretazione di Dylan è straziata, pienamente “dentro” ogni singola parola, anche di quelle parole che gli mancano, che si mastica e dimentica, anche con ciò dando il senso della disperazione e della mancanza di riconoscenza e gratitudine.

Oggi, invece, Dylan in queste sue nuove cover cerca di entrare nello spirito delle vecchie canzoni che interpreta, dei tempi che le hanno espresse. Un approccio completamente diverse. Invece di dylanizzare le canzoni, forse il contrario. Forse. Perché forse ci vorrà del tempo anche per capire questo.

domenica 12 marzo 2017

Il cinema dell’eccesso vol. 2: cosa c’è dentro. Cap. 9 José Mojica Marins

Il nono e ultimo capitolo del mio libro Il cinema dell’eccesso vol. 2 - Stati Uniti e resto del mondo (Crac edizioni) è dedicato a José Mojica Marins ed è stato scritto appositamente per questo libro. L’ho voluto aggiungere perché mi sembrava che un regista come Marins fosse una presenza imprescindibile: in sostanza, non poteva mancare.

Regista, ma non solo perché di gran parte dei suoi film Marins è anche una presenza “necessaria” come attore. Pochi autori - nel bene e nel male - sono più caratteristici e caratterizzanti la propria opera. E pochi autori hanno realizzato film più strani, più wierd (per dirla all’inglese). Naturalmente, il personaggio che più esemplifica il lavoro di marins è quello di Zé do Caixao (tradotto dagli americani in Coffin Joe), il lugubre becchino filosofo con manie di grandezza che gli ha dato la fama e che in sostanza Marins non ha mai cessato di interpretare anche nelle sue apparizioni pubbliche. Ma ripercorrendo la carriera di questo regista - come ho fatto nel mio libro - ci si sorprende nel vedere invece in fondo quanto poche siano le volte che Zé compare, effettivamente, nei film di Marins. Al punto che quando Marins lo riprende in modo ufficiale con il mirabile Encarnaçao do demonio nel 2008 sono in realtà trascorsi oltre 40 anni dal film “legittimamente” precedente (non contando, con ciò, le diverse finte o parziali riapparizioni di un personaggio che percorre comunque in modo periferico o anche solo come pura citazione la filmografia di Marins).

Ma ripercorrere la tumultuosa carriera di Marins consente anche di evidenziare come si sia trattato di un autore - ancora in attività, peraltro - davvero sui generis, che ha lottato per imporre il suo punto di vista in un contesto ostile come pochi, perché non solo la cinematografia brasiliana era sostanzialmente aliena dall’horror o dall’exploitation, ma la mancanza degli aspetti basilari di un’industria produttiva gli ha reso tutto difficile e avventuroso. Che sia riuscito a fare così tanti film è un miracolo e una testimonianza alla sua pervicacia, oltre che alla sua capacità di superare ogni ostacolo.

Com’è ovvio, i suoi film risentono di queste difficoltà e anche, magari, della mancanza di qualcuno dei talenti specifici che servono a far coagulare la formula del “bel film”, ma, nonostante alcuni di essi siano oggettivamente carenti e anche talvolta brutti, rimane sempre l’originalità dello sguardo, che in fondo è ciò che caratterizza un autore.

Unghie chilometriche e sproloqui filosofici possono essere gli aspetti che restano più impressi nel suo cinema, ma Marins, a chi lo guarda senza pregiudizi (e forse anche senza aspettative particolari) ha molto da offrire. A partire dai titoli dei film, per esempio: Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere, dove lo si può trovare un titolo tanto tonitruante se non nel suo cinema? E, si badi, il film stesso è del tutto all’altezza della bizzarra enfasi del suo titolo.

Tra gli alti e bassi del successo e dell’insuccesso commerciale, Marins è riuscito a perseverare, producendosi in un’andata e ritorno dagli inferi del porno (come altri registi di exploitation della sua epoca) per poi trovare la possibilità di un ritorno in grande stile con Encarnaçao do demonio, riuscendo a sopravvivere al suo mito e approfittando di esso per poter finanziare questo ritorno. Non è una cosa da poco. Mi piace molto quando un artista riesce a durare e a tornare contro ogni probabilità. Non tutti ci riescono. Quasi nessuno, anzi.





Qui sopra, un’immagine di José Mojica Marins nei panni di Zé do Caixao in Encarnaçao do demonio.