lunedì 11 dicembre 2017

Week-end un uomo e una donna da sabato a domenica

Dopo ben oltre 30 anni ho rivisto Weekend di Jean-Luc Godard - in una vecchia videocassetta General Video comperata un sacco di anni fa e rimasta ancora cellofanata - e mi sono ricordato perché mi piaceva così tanto Godard. Non che me lo fossi dimenticato, ma si fa per dire. Neanche all'epoca prendevo troppo sul serio le sue posizioni politiche. Per come le presentava mi pareva evidente che le prendesse in giro mentre le esponeva e prendesse in giro se stesso e soprattutto gli spettatori. Ma mi interessava molto il suo lavoro sul linguaggio cinematografico: in questo è stato un profondo innovatore, portatore di uno sguardo fresco e nuovo. Capace di rivoluzionare il linguaggio e le regole lasciando un segno profondo su moltissimo cinema successivo. Capace di essere un vero rivoluzionario proprio perché profondo conoscitore delle regole e capace di infrangerle consapevolmente. In Weekend - che considero il suo miglior film - ci sono momenti di eccezionale bellezza, su tutti la spettacolare carrellata sulle macchine incidentate che dura una vita e fa trattenere il fiato da quanto è bella. Per non parlare della telefonata cantata di Jean-Pierre Leaud, che a distanza di tutti questi anni non mi ero mai dimenticato. E comunque, non solo forma. Il ritratto del tremendo declino di una civiltà occidentale che si autodistrugge tra litigi, avidità, indifferenza ed egoismo è tuttora attuale e terribile.

A chi non lo ha ancora visto consiglio di colmare subito questa lacuna, non se ne pentirà. La prima volta che l'ho visto - nell'ambito di una rassegna godardiana su TV Capodistria (mitica!) curata se non sbaglio da Enrico Ghezzi - è stata una rivelazione. Poi l'ho rivisto in un'altra rassegna godardiana, stavolta in sala, organizzata dal Centro Universitario Cinematografico della mia città ed è stata una conferma. Insomma, a guardarlo e riguardarlo non si sbaglia mai.

giovedì 30 novembre 2017

The Wicked Gift

Tra qualche giorno esce in sala un nuovo horror italiano, The Wicked Gift, scritto, diretto e interpretato da Roberto D'Antona. Chi vuole leggere la recensione che ho scritto per MYmovies deve solo cliccare qui.


giovedì 23 novembre 2017

Richard Matheson on Screen

Richard Matheson è uno dei miei scrittori preferiti. Nel campo dell’horror “moderno” è di certo il mio preferito per alcuni romanzi che hanno lasciato il segno, come Io sono leggenda (che lessi quando ancora in italiano si chiamava I vampiri), Tre millimetri al giorno e Io sono Helen Driscoll, e anche per una notevole quantità di racconti spesso fulminanti e innovativi. Ne ho già parlato in occasione della sua morte, qualche anno fa.

Ma, come tutti gli amanti del cinema sanno, Matheson è stato anche (non dico soprattutto perché come scrittore di narrativa è stato fondamentale) uno sceneggiatore di successo e di grandi capacità. A partire dalla sceneggiatura per Radiazioni BX: distruzione uomo, notevole film di Jack Arnold tratto proprio dal suo romanzo Tre millimetri al giorno, Matheson ha lasciato un segno indelebile non solo nel cinema - basti pensare alle sue sceneggiature per il ciclo di film da Poe diretti da Roger Corman per la AIP - ma anche nella televisione, con le sue indimenticabili sceneggiature per alcuni dei migliori episodi della serie Ai confini della realtà (una serie che definire mitica è riduttivo) e per diversi film televisivi con cui Dan Curtis ha ridefinito l’horror televisivo (qualche titolo? Trilogia del terrore con il famoso episodio del pupazzo africano che torna in vita, Una storia allucinante e Lo strangolatore della notte con una sorta di indagatore dell’incubo, Kolchak, che è stato da modello per più di qualcuno).


Richard Matheson on Screen: A History of the Filmed Works di Mathew R. Bradley (McFarland, 2010) proprio di questo tratta: è una storia esauriente e completa del lavoro di Matheson nel cinema e nella televisione con un’analisi di tutto quello che ha fatto in entrambi i campi e anche di quello che non ha fatto personalmente, ma che è stato tratto da sue opere. Ogni film, film televisivo, episodio di serie televisiva in cui Matheson è stato in qualche modo coinvolto viene quindi esaminato con maggiore o minore ampiezza a seconda del caso. Di notevole interesse sono le dichiarazioni riportate di persone a vario titolo coinvolte a loro volta nei film o telefilm. Compreso Jack Arnold, che non rievoca il famoso aneddoto dei preservativi, ma svela particolari interessanti sulla realizzazione di Radiazioni BX: distruzione uomo. Ma non mancano i ricordi di Dan Curtis e Roger Corman e sono interessanti anche le rievocazioni riguardanti i rapporti stretti e proficui avuti da Matheson con colleghi scrittori come, in particolare, lo sfortunato (e assai dotato) Charles Beaumont.

La cosa più interessante, però, sono i commenti di Matheson stesso, presi da varie fonti, ma spesso di prima mano e quindi di particolare importanza. Matheson manifesta una grande acutezza e un grande equilibrio nel rievocare i vari passaggi della sua carriera, compresi i momenti meno piacevoli, come quando si è sentito “derubato” da Spielberg per lo spunto alla base di Poltergeist. Ma la reazione di Matheson è di grande saggezza e, appunto, equilibrio, dando atto di come, in qualche modo, Spielberg (con cui aveva proficuamente collaborato per il memorabile Duel) si sia fatto perdonare. Caso vuole che qualche giorno fa abbia rivisto proprio l’episodio in questione (Little Girl Lost, stagione 3, episodio 26 di The Twilight Zone, diretto da Paul Stewart): effettivamente, qualcosa c’è che poi ci sarà anche in Poltergeist.

Matheson esprime anche il rammarico di non essere riuscito a vedere il suo romanzo migliore, Io sono leggenda, trasportato in modo fedele sullo schermo, dando atto dei vari tradimenti nelle diverse versioni, l’ultima delle quali, quella con Will Smith, è stata importante soprattutto, come ammette lo stesso Matheson, per aver causato un’impennata notevole nelle vendite del romanzo. Ed esprime anche il rammarico per il fallimento commerciale di Ovunque nel tempo, un film di cui però ha avuto modo di verificare la grande crescita nel tempo sino ad arrivare allo status di cult movie. Ma sono davvero tanti i ricordi e le considerazioni che emergono dalla lettura del libro, una lettura piacevole e avvincente che ci porta dentro la vicenda umana di un autore singolare e di grande valore.

Il libro è in inglese. L’ho letto in formato Kindle, come e-book, quindi. Lo consiglio a tutti quelli che sono interessati a Richard Matheson o sono interessati, più semplicemente, al cinema.

lunedì 13 novembre 2017

The Void - Il vuoto



Tra un po' esce in sala un nuovo horror canadese intitolato The Void - Il vuoto. A dirigerlo sono Jeremy Gillespie e Steven Kostanski. Come? Non sapete chi sono? Male. Sono già al loro secondo horror (il primo è stato Father's Day), ma si sono fatti le ossa - e anche qualcosa di più - con vari compiti (prevalentemente nel campo del make-up e dell'art direction) in molti film di successo, tra cui, per citarne solo uno, l'It di Muschietti.

Se vi interessa sapere cosa penso del film potete andare a leggere la recensione che ho scritto per MYmovies cliccando qui.

martedì 31 ottobre 2017

Saw - Legacy

Oggi è uscito nelle sale italiane (con qualche anteprima ieri, per la verità) l'ottavo film della serie iniziata ormai qualche anno fa con Saw - L'enigmista. Il titolo di questo nuovo film (l'ottavo) è Saw - Legacy e il perché lo si capisce vedendolo. La regia è dei fratelli Spierig e se vi interessa potete cliccare qui e leggere la recensione che ho scritto per MYmovies. Nel cast non manca Tobin Bell.

domenica 22 ottobre 2017

Movieman di Alberto Lavoradori e Giorgio Finamore

Movieman (edito da Weird Book, € 20,00) è un libro particolare. Potremmo definirlo un romanzo illustrato. Scritto da Alberto Lavoradori e illustrato da Giorgio Finamore. Alberto Lavoradori ha anche realizzato le schede tecniche che costellano il volume.

Movieman non è un libro particolare solo perché è un romanzo (riccamente) illustrato, ma anche e soprattutto perché è un romanzo particolare che rifugge dalla normale scansione narrativa per privilegiare una sintesi estrema che scarnifica la storia per mantenerne gli aspetti salienti in una progressione austera quanto efficace. La fantascienza di questo libro è del tipo che non rifugge le asperità psiclogiche e sociali, ma anzi le cerca per addentrarsi nel profondo della natura umana e delle sue deviazioni, non ultima la ricerca del profitto. E proprio la metafora dell’atteggiamento, o meglio del sogno proibito, dell’industria culturale è quella che mi è venuta in mente leggendo questo libro: poter fare a meno dei creativi, soppiantarli in modo da realizzare intrattenimento senza doverlo (doverli) pagare. Agli albori del cinema, le case di produzione evitavano accuratamente di indicare i nomi del cast e dei credits nei film perché non volevano che gli artisti diventassero famosi e avanzassero quindi delle pretese economiche. L’atteggiamento cambiò solo quando le case produttrici si resero conto che i “divi” sarebbero stati più redditizi come tali. Ma il concetto di base era quello e tale è rimasto sotto forme diverse. E il cinema - quello mutato, quello di un possibile futuro non auspicabile, ma percepibile appunto come metafora, come ammonimento - è al centro del romanzo, ne costituisce l’anima corrotta e allo stesso tempo indefettibile.

Alberto Lavoradori è un famoso disegnatore di fumetti: ho avuto il piacere di collaborare con lui più volte negli anni passati, in campo disneyano (nel quale Alberto è una colonna: basterebbe il suo lavoro di creazione dell’immaginario grafico di PK per definirlo tale) e non. Oltre ai fumetti si è distinto nel campo della grafica, dell’illustrazione e della pittura. Ma anche nella scrittura pura e semplice, come dimostra il suo precedente romanzo fantascientifico, Unrank. In questo caso, ha lasciato la parte grafica a Giorgio Finamore, apprezzato artista e illustratore. Il risultato è notevole. L’integrazione della parte scritta e di quella illustrata è sinergica e totale. Le illustrazioni di Finamore si fondono perfettamente con le parole di Lavoradori creando un universo distopico di grande cupezza, immerso in un’atmosfera tecnologico-psicologica nella quale l’umanità si perde e si scolora, ma permane come sensazione irreprimibile.

Inutile dire che ne consiglio la lettura.

La prefazione, puntuale e arguta, è di Massimo Perissinotto. Io ho contribuito con una breve riflessione conclusiva che spero appropriata, scritta al buio rispetto al contenuto del romanzo, sul cinema nei film di fantascienza.

mercoledì 11 ottobre 2017

It

La settimana prossima esce in sala la nuova versione cinematografica (la precedente era una miniserie televisiva negli anni '90) del capolavoro di Stephen King, It. Il regista è Andy Muschietti, fattosi notare qualche anno fa con La madre, un horror interessante.

Se volete sapere cosa ne penso, potete leggere la recensione andando qui, sul sito di MYmovies.

Una considerazione a parte merita il successo travolgente che il film ha incontrato negli Stati Uniti e nel mondo. Un incasso stratosferico che lo ha portato immediatamente al primo posto nella hit parade degli incassi horror di tutti i tempi (d'accordo, non aggiustati con l'inflazione, ma tant'è). L’horror è un genere particolare che vive spesso di eccessi, trasgressioni, umori malsani. Non necessariamente, perciò, i film di maggior successo sono i “migliori”, proprio perché per raggiungere il grande pubblico devono in qualche modo rendere apprezzabile il proprio contenuto opinabile a una grande massa (ci sono le notevoli eccezioni - i film tutti di atmosfera - ma sono in genere capolavori di pura, appunto, eccezione) attenuando gli eccessi. Però il successo strepitoso di It se non certifica di per sé la qualità artistica (ma neanche la nega) certifica già la capacità di intercettare un bisogno da parte del pubblico, un bisogno di essere spaventato da qualcosa di possibilmente non troppo spaventoso o disturbante. Non è poco.


Qui sopra Sophia Lillis in un'immagine dal film.

sabato 30 settembre 2017

La Top Ten dei (miei) disegnatori

Stimolato da un post su Facebook dell’esemplare Giuliano Piccininno - che ha postato un belissimo disegno (fatto da lui, va da sé) con la classifica dei suoi sceneggiatori (tra cui in ottima posizione lui stesso, dato che è spesso autore completo) - mi ha punto vaghezza di fare altrettanto, ma, per ovvi motivi, senza (mio) disegno e con una mera elencazione di freddi numeri. Perciò, dato che apparentemente avevo tempo da perdere (cioè, non ce l’avevo, ma l’ho perso lo stesso), ecco la classifica come risulta dal mio database.

1 Rodolfo Torti           1802
2 Giorgio Cavazzano    629
3 Gianni Salvagnini      573
4 Lino Gorlero              425
5 Luciano Gatto            389
6 Stefano Intini             364
7 Alessadro Gottardo    354
8 Silvio Camboni          265
9 Studio Bargadà          261
10 Valerio Held            226

Naturalmente si tratta di una mera classifica quantitativa, ma comunque è indicativa. I disneyani la fanno da padroni, ma in diversi casi non soltanto con materiale disneyano. L’inarrivabile primo posto è però del grande Rodolfo Torti con il quale ho diviso l’onore di proseguire per tanti anni Rosco e Sonny sul Giornalino (ma in quel numero astrononomico ci sono anche altri, seppur pochi, fumetti). Lo stesso vale per Giorgio Cavazzano, che mi introdusse a Topolino e col quale ho fatto anche altri fumetti, non disneyani. Mio fratello è stato insostituibile sodale di mille avventure dagli inizi ai giorni nostri. Il bravo Lino Gorlero è stato l’imprescindibile partner nella mirabolante avventura dei Mercoledì di Pippo che, come ho detto più volte, non sarebbero esistiti senza il suo intervento. I posti successivi sono di ottimi disneyani: con alcuni di loro ho fatto con piacere anche altri fumetti e spero di farne ancora.

Ma poiché questa è una classifica quantitativa, restano fuori molti autori (ne ho contati 129 in tutto). Restano fuori di sicuro gli autori non identificati e quelli che hanno disegnato storie mie che non sono riuscito a vedere pubblicate (ma che so esserlo state). Ma restano fuori soprattutto i molti che hanno disegnato poche (o tante, ma non abbastanza da entrare in classifica) mie storie. Tutti, naturalmente, per me sono importanti. Alcuni, però, lo sono di più, per varie ragioni. Per esempio essere nell’elenco degli sceneggiatori di autentiche leggende del fumetto italiano come Antonio Canale, Nevio Zeccara, Renato Polese o Ivo Pavone è per me un grande piacere. Come lo è aver diviso sia pure poche pagine con l’indimenticato Aldo Capitanio. E un piacere è anche collaborare adesso con Luca Salvagno e gli altri ragazzi (e ragazze) della Banda, la mia ultima (nel senso di attuale, stiamo calmi) serie a fumetti, così come lo è stato con Davide Perconti, appena poco prima di quest’ultima serie. Ma è stato anche molto bello poter scrivere le storie per alcuni fumetti disegnati da Pinù Intini (il papà di Stefano, che invece è ben presente nella Top Ten): Pinù è stato il primo a credere che potessi essere uno sceneggiatore pubblicando i miei primi lavori e quindi poter collaborare con lui qualche anno fa (per dei fumetti che, a mio parere, sono molto riusciti) è stato di particolare soddisfazione.




Giuliano Piccininno, l’ispiratore di questa Top Ten, non ce l’ha fatta (colpa sua, però, io gli avrei scritto vagoni di sceneggiature, potendo) a entrarvi, ma è ben rappresentato e potrebbe forse essere nella Top 20 (che però non stilerò). Ah, dimenticavo: nel fare la classifica ho tenuto conto solo in parte di vignette e strisce (troppo difficile calcolarle), ma in ogni caso il totale delle pagine è di 11.361. Non sono poche, forse, ma di certo avrei voluto fare di più.

Qui sopra, ça va sans dire, un paio di immagini da Rosco e Sonny, disegnate da Rodolfo Torti.

martedì 26 settembre 2017

Jukai - La foresta dei sucidi

Ve lo ricordate La foresta dei suicidi di Steven R. Monroe? No? Be', siete scusati. Non è che abbia lasciato un grande segno di sé. In ogni modo adesso ce n'è un altro: si chiama Jukai - La foresta dei suicidi ed è in uscita nelle sale cinematografiche. L'argomento è sempre l'ormai famosa foresta giapponese in cui, pare, la gente ama andare a suicidarsi. Ce n'è davvero di tutti i tipi, di persone. Comunque, chi è interessato a sapere cosa ne penso - del film, non delle persone che si suicidano nella foresta - può leggere la mia recensione qui. Per inciso, sconsiglio a chiunque il suicidio e, sull'argomento, mi viene in mente quella canzone di Battiato (e Sgalambro, credo), che mi pare si chiamasse Breve invito a rinviare il suicidio.

Qui sopra la protagonista Natalie Dormer che chi segue le serie televisive credo apprezzi parecchio. Io, per quanto mi riguarda, non le seguo. Neanche una. Che ci volete fare, sono all'antica o forse sono ormai antico.

lunedì 25 settembre 2017

Shining

In occasione dei 40 anni del romanzo, torna in sala Shining di Stanley Kubrick e per l'occasione ne ho scritto una recensione su MYmovies, che se volete potete leggere qui.

Sempre per l'occasione ho riguardato il film dopo 37 anni: l'avevo infati visto solo al momento della sua uscita in sala senza più rivederlo. In quell'occasione, però, cosa che mi è capitato di fare assai di rado, l'avevo visto due volte di seguito e devo dire che me lo ricordavo piuttosto bene. Stavolta però l'ho visto in originale: ho perso il bel doppiaggio di Giannini, ma ho guadagnato la voce di Nicholson.

giovedì 21 settembre 2017

Il cielo sopra Piombino

Non sono mai stato a Piombino: consapevole della sua esistenza, il suo nome mi richiamava alla memoria giusto Lido Vieri.
Per Gordiano Lupi, invece, Piombino è qualcosa di molto di più, di molto presente. Scrittore, critico cinematografico, editore, con un curriculum così denso, meritevole e corposo da far pensare che il suo sia il nom de plume di una moltitudine (non è così), Lupi è l’autore del testo che accompagna il film documentario Il cielo sopra Piombino, diretto da Stefano Simone, un regista di cui ho più volte scritto in questo blog.

Non è documentario turistico. Non mostra in modo elegiaco e invitante le bellezze di Piombino. Se ci sono e si vedono, mostrarle non è comunque lo scopo principale del film. Piuttosto, sembra un atto d’amore verso la città che è stata e che forse non è più, tra le immagini sempre irrequiete e mobili e le parole che richiamano i tempi passati, guidate dalla memoria di quello che fu. Memoria nella quale si scava, ma senza cercare aiuti esterni. “Non sarebbe giusto tradire la memoria naturale con quella artificiale” dice infatti il narratore, Federico Guerri, con le parole della sceneggiatura di Lupi.

La dicotomia tra la voce narrante che racconta il passato personale legato alla città e le immagini che percorrono incessantemente strade e luoghi della città com’è oggi assieme a una donna, Dargys Ciberio, moglie di Lupi, che cammina guidandoci alla scoperta del posto, è interessante come se parole e immagini andassero ciascuna per proprio conto, rappresentando invece due facce della stessa realtà, solo separata dal tempo. L’uso di immagini di repertorio potrebbe ridurre questa distanza, ma in realtà la distanza rimane anche in questo caso perché il parlato si mantiene volutamente distante dalla parafrasi di ciò che si vede e che sarebbe superfluo descrivere.

È perciò in fondo un film sul cambiamento, su come i luoghi della memoria siano inevitabilmente più belli di quelli della realtà attuale. Inevitabilmente, perché il ricordo è imbattibile per quanto è struggente, ma il sospetto è che in questo caso, come in molti casi, la cosa sia inevitabile anche perché i cambiamenti sono quasi sempre per il peggio, almeno per chi è nato in un certo periodo e deve vederne un altro. In questo senso, è un film su Piombino, ma potrebbe adattarsi anche ad altri posti, in un’universalità che ha a che fare con il mutamento della società italiana, soprattutto quella provinciale. Una bella parte dei ricordi è dedicata proprio al cinema, uno degli elementi più significativi del cambiamento, e al fascino perduto dei cinemini di quartiere e dei film di genere che ne costituivano il grosso della programmazione.

Il cielo sopra Piombino risulta quindi particolare e interessante negli intenti e nella realizzazione, forse soltanto un po’ troppo lungo per la sua tipologia.

Le musiche, appropriate, sono di Federico Botti. Stefano Simone dirige con mano sicura, soffermandosi talvolta su immagini suggestive, ma evitando sempre l’effetto cartolina e cercando soprattutto di dare dinamismo alla visione.

Il dvd del film - un “documentario letterario”, come viene definito -  è edito da Il Foglio, la casa editrice di Lupi (casa editrice che - sia detto per inciso - per gli appassionati di cinema riveste particolare interesse per la collana di cinema diretta da Fabio Zanello).


mercoledì 20 settembre 2017

Segnocinema 207

Nel numero 207 di Segnocinema (settembre-ottobre 2017) attualmente in distribuzione c'è il consueto, ma non per questo meno imperdibile o meno importante, speciale "Tutti i film dell'anno" che contiene la recensione di tutti i film usciti, corredate da una foto per ciascun film. E i film sono sempre di più, anno dopo anno. Quest'anno l'incredibile numero è arrivato a 504, una cifra inimmaginabile appena qualche anno fa. Inoltre, ci sono dati, classifiche e riflessioni varie: insomma, un qualcosa che non può mancare nella biblioteca di un appassionato di cinema.

Io ho contribuito con sette (micro) recensioni relative a questi film: Bedevil, Incarnate, La mummia, La notte del giudizio - Election Day, The Ring 3, Underworld - Blood Wars, Un mostro dalle mille teste.

Buona lettura (a chi se lo compera).